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 Il racconto di un suicida dell'entità A

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Claudio Sauro



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MessaggioOggetto: Il racconto di un suicida dell'entità A   Dom Gen 20, 2013 9:41 pm

Ho voluto riportare “Il racconto di un suicida” per iscritto, perché mi sono reso conto che molti non lo capiscono. Oltretutto è un brano eccezionale che offre moltissimi spunti di discussione sull’aldilà.
Entità A “ Il racconto di un suicida”
Il fratello del quale io trasmetterò il messaggio, per facoltà ed entità di linguaggio, l’entità non è affiatata, non è armonizzata con il medium, l’entità è morta circa 25 anni fa in uno stato quindi ancora di sofferenza, si tratta di uno spirito morto in suicidio, vi pregherò di seguire con la massima attenzione le sensazioni che questa entità descriverà, le sensazioni intese prima della decisione, durante la decisione e la maturazione del suicidio, durante l’atto materiale del suicidio, e subito dopo, le sensazioni che riceverà da spirito.
L’entità che comunque desidera mantenere l’incognita esordisce con il dire che ha avuto una vita molto infelice. A circa 20 anni restai senza genitori, per cui dovetti provvedere a lavorare da solo con questa disgrazia. I miei genitori morirono in seguito ad una disgrazia, essi si trovavano su un calesse che si rovesciò, stavano viaggiando lungo una strada di campagna, perirono l’uno subito , mio padre con una ferita alla tempia, mia madre morì dopo qualche giorno dopo una lunga agonia.
La cosa, ora che rifletto fu forse la causa di uno squilibrio che poi si provocò in me,, da quel giorno non ebbi più pace, perché ciò che mi inseguiva non era tanto la morte dei miei genitori, ma un fatto, io dovevo viaggiare con loro in quel calesse, e cominciai a torturarmi, “forse se io l’avessi guidato, io ero molto più pratico della guida di un calesse, forse non sarebbe successa la disgrazia, forse avrei potuto evitare la loro morte,.
Passarono circa 5 o 6 anni, questa tortura cominciò a finire per fortuna, , ma aveva lasciato un solco in me profondo.
A 28 anni io mi sposai, eravamo io e mia moglie padroni di una terra, eravamo dei coloni,, lavoravamo mattina e sera, una vita piuttosto calma, una vita che sembrava guarirmi dallo stato di malinconia, una vita che sembrava guarirmi dallo stato di malinconia e di depressione in cui ero caduto.
Un giorno, ed ancora mi tortura il pensiero, tornai lentamente verso casa dopo un giorno di intenso lavoro nei campi, era il tempo del raccolto del grano, ero stanco, vidi in casa, era sera sul tardi, la porta di casa era socchiusa, la cosa mi colpì perché in campagna si usa lasciare la porta aperta, i cani vanno e vengono, lo stesso si dica per le galline, gli animali da cortile vanno e vengono, in genere sospingono la porta se socchiusa, forse fu un intuizione, forse fu la mia condizione che dopo la disgrazia (della morte tragica dei miei genitori) mi portava sempre a sospettare, anche se nulla mi aveva colpito in modo tale da far prendere forma ai miei sospetti, eppure la cosa mi produsse una sensazione di malessere, mi avvicinai alla finestra e vidi infatti che mia moglie parlava con uno sconosciuto, almeno così mi sembrò, uno sconosciuto che poi riconobbi per un colono vicino, finsi di niente, entrai, nulla vi era di straordinario, essi parlavano, eppure mi sembrò di notare una certa sorpresa in loro nel vedermi, forse il tempo era passato velocemente pensai in quel momento; è strano come nei momenti più difficili si possano pensare certe cose, tanto che nella mia mente sorse questo pensiero “ essi sono stati sorpresi, mi aspettavano in un ora più tarda, il tempo è passato durante il loro discorso e non si sono accorti che si era fatto tardi, questo fu il primo pensiero, una cosa molto strana, perché in genere un uomo quando è colto da gelosia riprende violentemente coloro che ritiene siano stati colpevoli, eppure feci questa strana constatazione.
Venendo via io finsi di niente, cenai, andai a letto.
Dopo un ora, mia moglie dormiva, io mi alzai, in quanto precedentemente io l’avevo fatto perché non riuscivo a prender sonno, e scesi giù, iniziai a sedermi prima su uno sgabello, poi su di una sedia fuori dell’uscio, questi pensieri cominciarono a giungere nella mia testa: “ il calesse che si rovesciava, mia madre che moriva ed io non potevo portarle aiuto, cercai di scacciare questo pensiero “sono passati tanti anni, è possibile che ancora questo pensiero mi insegua ? cercai di stringere gli occhi come si usa fare per scacciare un pensiero molesto, ma ancora nella mia testa vidi un calesse che correva, si rovesciava e questa volta al posto di mia madre c’era mia moglie, ancora cercai di scacciare questo pensiero, poi cominciai a prenderci gusto, una specie di sadismo, una specie di furore sadico in me, e continuai nell’immaginazione fantastica, vidi il calesse il quale correva ed al posto di mia madre c’era mia moglie, e nella mia fantasia io la volevo necessariamente amoreggiare con mio padre, era un pensiero assurdo, perché né mia padre né mia moglie avevano mai conosciuto mia moglie, non avrei potuto supporlo neppure molto lontanamente perché mia moglie abitava molto lontano, ed ebbi modo di conoscerla molto tempo dopo, sei anni dopo la loro morte, circa, eppure io provavo un piacere sadico nell’immaginare questa scena.
Mia moglie insieme con mio padre, nella mia fantasia amoreggiavano, mi spinsi nuovamente ad immaginare le cose più brutte, le cose più inimmaginabili, e poi il calesse si rovesciava, sentivo mia moglie gridare con la voce di mia madre però, e mio padre morto.
Ancora cercai di scacciare questi pensieri, che però, questo è importante, me li stavo costruendo io, e cioè con la mia fantasia cominciavo a provarci gusto, a provare una certa letizia in questa costruzione fantastica.
Mi sorpresi che sudavo, che ansavo, mi sorpresi che cominciavo a star male, e mi dissi, è ora che io vada a dormire, ritornai di sopra, subito non riuscivo a prender sonno, poi mi addormentai.
La mattina mi alzai quasi bene, sembrava che avessi dimenticato tutto, infatti la mattina il mio pensiero era chiaro, sereno come se nulla fosse accaduto.
Andai nei campi ed incominciai a lavorare, ricordo che avevo dei contadini, si può dire che la mia situazione economica era abbastanza buona, e c’era un particolare lavoro, una semina; mentre vangavo pian piano la terra cominciai a pensare “ mia moglie stamattina non mi ha salutato con la stessa solita effusione, mia moglie stamattina non mi ha guardato con la stessa tenerezza, mia moglie stamattina non mi ha posto vicino il pane perché io lo inzuppassi nel latte, ma l’ha messo più lontano, non ha avuto la stessa grazia che usa sempre, poi scacciai il pensiero, ma sono uno scemo, come faccio a pensare certe cose, sarà stata una distrazione, continuai a lavorare, un'altra volta il pensiero mi si ripresentò “ distrazione non credo perché non si è mai distratta in tanto tempo, perché proprio questa mattina, questa mattina perché ieri sera parlava con quel colono, allora c’è qualcosa, allora è vero che il colono amoreggia con mia moglie, e quindi mia moglie distratta dal colono, non si è ricordata stamattina delle buone ed affettuose abitudini che mi presta ogni mattina.
Poi pensai fra me “ io sono uno sciocco, io stò costruendo delle supposizioni fantastiche, io non ho nessuna prova perché mia moglie parlava innocentemente, mia moglie mi ha sempre voluto bene, ma intanto io stesso avevo lanciato un pericoloso tarlo nella mia stessa mente, perché io necessariamente cercavo la parte peggiore di tutte le ipotesi e non la parte migliore.
Ritornai a casa, mia moglie aveva litigato con qualche vicino, quella sera era un po stanca un po nervosa, la mia mente cominciò a pensare “ ecco è questa la scusante che trova per non trattarmi con lo stesso affetto, ed ora certamente mi dirà di essere nervosa a causa dei vicini e non sarà vero, e così mi farà mancare quella parte di affetto verso di me, ma io volevo vedere solo la parte peggiore, la mia mente ormai stanca di questi pensieri vedeva sempre peggio.
Dopo una sera tornai dal lavoro dopo una giornata di intenso rimescolio mentale, andai a letto, e fu la sera in cui poi morii.
La nostra camera era al secondo piano, io avevo preferito abitare al secondo perché c’era più luce, più sole, si stava meglio, la finestra dava sul balcone il quale dava sull’aia, a letto cominciai a pensare io di proposito con lo stesso sadico gusto dell’altra volta al calesse, un'altra volta vidi il calesse, sopra vi era mia moglie con mio padre, il calesse che si rovesciava ed il calesse che si rovesciava, nella mia mente sorse un pensiero, ma perché vivi in questo modo di sofferenza, non c’è nessuna necessità di vivere, non è meglio morire.
Strano dissi, io non ho mai pensato una cosa del genere, comincia allora di proposito a pensare alla morte, cominciai a dirmi, forse è meglio morire, forse effettivamente se io morissi mi libererei da questi incubi, da queste sofferenze, e rividi il calesse, sopra vi era mia moglie con mio padre, il cavallo che scivolava ed il calesse che si rovesciava, nella mia mente sorse un pensiero “ ma perché vivi in questo modo di sofferenza, non c’è proprio necessità di vivere, forse se morissi vivrei di una pace diversa, starei meglio.
Due ore intensamente pensai a questo intensamente, cominciai a stancarmi ma non mi veniva il sonno, intorno a me c’era il buio assoluto, pure in quel buio mi sembrava di vedere una danza frenetica, una danza che non sembrava neppure creata dal mio pensiero, ma sembrava una danza data dal buio stesso, era come un vortice, come un mulinello d’aria, ma un mulinello di buio, dissi a me stesso, “ in questo vortice si potrebbe annegare, in questo vortice si potrebbe morire”, poi in un momento quasi per un istinto di conservazione mi alzai in mezzo al letto, la danza era sparita, io affannavo, dissi, eppure se io morissi così, non sentirei niente, in quel momento la mia mente era fredda, lucida, non era la mente di un folle, era la mente ancora di un uomo normale, io devo vivere , pensavo, sono giovane perché morire, ma subito ancora pensavo “ però, la morte non sarebbe dolorosa, sarebbe un attimo, poi starei bene sempre, ma no sono giovane, devo vivere, devo badare a mia moglie, ma un'altra volta cominciai a pensare, ma merita mia moglie che io viva ?, se morissi ritroverei mio padre e mia madre e potrei aiutarli ora in quanto non li aiutai allora, e nuovamente intorno a me si formò il vortice, il buio che girava e che formava un fischio assordante dentro il mio cervello, ma in questo vortice di buio sentivo ancora una voce , devi vivere, sei giovane, il vortice era forte, la voce era più forte del vortice, il sibilo era potente nella mia mente, ma più potente risuonava la voce, devi vivere, sei giovane, devi vivere.
Mi sembrava di riconoscere la voce, allora mi sforzavo, ma chi sarà, ma chi sei, chi sei? Ma non lo pensavo con volontà, queste parole, questi pensieri uscivano spontanei, non capivo, e nuovamente ancora la voce, devi vivere, sei giovane, devi vivere.
Il mulinello era troppo forte però, sapevo che potevo fermarlo, sarebbe bastato aprire la finestra, accendere la luce, chiamare mia moglie, bere un sorso di vino, addormentarmi, potevo farlo, sapevo che avrei potuto farlo, ma quei pensieri mi attiravano, mi piacevano, qualcosa di sadico di terribile era in me, il buio riprendeva a girare, ma ogniqualvolta pensavo che se accendevo la luce il mulinello sarebbe passato e più forte sentivo la voce, sei giovane, devi vivere, e mi sentivo sorpreso, ma io stesso dicevo, è bello questo mulinello perché mi dava una sensazione di leggerezza, mi trasportava in alto, erano circa le tre di notte , ero andato a letto alle 11,e rimasi sveglio fino alle tre di notte, il mulinello per la quinta volta riprese perché io pensavo alla morte, e fu in quell’attimo che decisi, sì, voglio provare, voglio vedere cos’è questa morte, non posso più vivere in quest’incubo, in questo pensiero del tradimento, io voglio rivedere mio padre e mia madre, devo rivederli, devo aiutarli, non mi sento più di vivere in questa sofferenza in questo spasimo, ad un certo momento sentii del fresco, parecchio fresco, ebbi la sensazione di essere fuori sul balcone, ma non chiaramente, sapevo di essere fuori dal balcone ma non cercavo né volevo spiegarmi il perché, era la conseguenza logica della decisione presa di morire, ricordo che nonostante ci fosse abbastanza chiaro, c’era la luna piena (o almeno così doveva essere), io intorno a me continuavo a vedere il buio, il mulinello era fortissimo, avevo in quel momento scavalcato il balcone, sentivo che sotto di me c’era il vuoto, ma non mi sottraevo, anzi mi attraeva, pensai ancora che non valeva la pena di vivere, che non valeva la pena di continuare a soffrire così, però contemporaneamente sapevo che potevo riattraversare il balcone e riaddormentarmi, un paio di minuti prima di lasciarmi cadere giù, il mulinello riprese fortissimo, un buio terribile intorno a me , ma in quel momento una voce letteralmente sconquassò il mulinello, una voce fortissima ancora, sei giovane, devi vivere, torna in dietro, due volte l’udii, ma tutto me stesso si opponeva alla voce, sentii che se fossi tornato indietro mi sarei giudicato un vigliacco per tutta la vita, io non sono un vigliacco pensavo, io non ho paura di morire, perché devo tornare in dietro, ricordo che nel momento in cui staccai le mani udii la voce che mi disse questa parola “sciocco”, non ricordo la sensazione della caduta, ma non la avvertii, credo che sia lo stesso per tutti coloro che si suicidano in questo modo, non si avverte la velocità della caduta, non si avverte, perché forse fu un attimo, forse l’altezza era breve, ma io ebbi coscienza precisa, assoluta, chiara, di ciò che avevo fatto nel momento dell’urto, il mulinello non c’era più, non avvertivo più la voce, ma chiaramente rividi il balcone aperto, rividi mia moglie, in quel momento preciso, dopo del quale persi conoscenza, il mio pensiero in modo netto si rese chiaro in me, perché l’ho fatto, che sciocco, nel momento preciso dell’urto, nell’attimo proprio che urtai, questo pensiero sorse in me, perché l’ho fatto?? In questo momento preciso sentivo il desiderio fortissimo di non averlo voluto fare, sentivo che avevo sbagliato, si può dire che se si fosse controllato con un orologio questi momenti sarebbero durati una frazione di secondo, ma erano fortissimi, fu quindi nel tempo preciso nel quale un corpo cadendo da un altezza, può urtare e rimbalzare io ebbi la sensazione netta di aver sbagliato, sicuramente in quella frazione di secondo io avrei voluto ritrovarmi nel mio letto, avrei voluto non aver mai attraversato la stanza e spingermi oltre il balcone, certo fu un attimo, nessun dolore fisico, l’urto fu violentissimo, ma non avvertii alcun dolore, perché forse in un secondo il dolore non fece in tempo a trasmettersi a tutto il corpo, persi conoscenza in un boato, forse fu la testa che picchiò, forse fu la sensazione della perdita di conoscenza, ma avvertivo un boato ed un sibilo prolungato che lentamente svaniva come io sentivo di svanire, infatti non avvertii più niente, nel modo più assoluto.
Ripresi le mie sensazioni dopo 30 ore, sentii un boato e poi un sibilo fortissimo ed riebbi la sensazione di me stesso, e mi ritrovai accanto ad un corpo del quale riconobbi le mie sembianze, quelle che avevo visto tante volte nello specchio, dissi a me stesso, questo sono io, sono morto, non avevo ancora dolore, niente, vidi mia moglie che piangeva desolatamente, il corpo era stato tenuto a disposizione delle autorità, era su un marmo freddo, piangevano anche altri parenti, congiunti, amici, il mio corpo era stato conservato con alcune sostanze, avvertii una certa pena per mia moglie perché non mi ero ancora reso conto di come ero morto, non mi ero posto l’interrogativo, poi seppi che questo l’avevano fatto apposta alcuni spiriti superiori per evitarmi alcune reazioni sgradevoli, ad un certo momento nella camera mortuaria entrò un uomo che io riconobbi, era quel colono che io avevo visto con mia moglie, ricordo esattamente, nel momento preciso che io lo vidi, ebbi il desiderio fortissimo di scagliarmi contro di lui, e sapevo, perché mi vedevo ancora le mani, avevo ancora un corpo, il corpo astrale che poi mi riconobbi, sentivo che gli avrei conficcato un dito nel cuore per ucciderlo, mi dissero poi che se fossi riuscito a farlo l’avrei ucciso, avrei potuto procurargli una paralisi cardiaca, quell’uomo era anche sofferente di cuore, magneticamente avrei potuto procurargli la morte, ricordo che mi precipitai con forza verso di lui con il dito puntato in direzione del cuore, giunto in termini di spazio a mezzo metro da lui sentivo che urtavo contro una parete di acciaio insuperabile.
Dopo mi sono reso conto che era lo spirito guida di quell’uomo che era intervenuto prontamente interponendo una forza spirituale e magnetica fra me e lui, sentivo che avevo urtato contro qualcosa che mi dava un gran dolore, che non era fisico ma era magnetico, allora riflettei attentamente, guardai più profondamente il colono e mia moglie e vidi , vidi perché ero uno spirito, vidi che erano innocenti.
Allora mi guardai intorno smarrito, guardai intorno confuso, vedevo ancora il mio corpo, vedevo il colono e mia moglie che sfumavano come in una nebbia, allora si fece chiaro che ero morto suicida, mi sono suicidato, cosa ho fatto, sentivo in me uno spasimo acuto, risentii un'altra volta un vortice di buio, un vortice come di acciaio che mi serrava la gola, perché ancora avvertivo il corpo astrale, sensazioni che erano ancora piuttosto umane, e continuavo a ripetermi, sono morto suicida solo per aver sospettato mia moglie con un innocente, sono stato un pazzo, un pazzo.
La parola pazzo si è ripetuta martellante per un periodo che equivale ad almeno trenta giorni terrestri, continuamente martellante, pazzo, poi improvvisamente, dopo circa 30 giorni terrestri, vidi qualcosa nel buio che avanzava, una forma di vita dall’aspetto umano che formava un corridoio di luce fra me e lui, e sentii una voce, perché l’hai fatto, perché, potevi accendere la luce e salvarti, allontanare il pensiero molesto, potevi ritornare in camera dal balcone, perché pensavi queste cose, perché non chiedesti a tua moglie chiarimento, perché non interrogasti il colono, perché non hai avuto più fiducia in te stesso e negli altri, perché non ti rifugiasti nella preghiera, perché non pensasti a Dio, perché??? Ero smarrito, non sapevo cosa pensare ma riconoscevo quella voce, era la stessa che mi aveva detto, non devi morire, sei giovane torna indietro.
Chi sei, dissi?? Sentivo però che era il mio spirito guido, colui che continuamente mi diceva non farlo, devi vivere, e sentivo come una forza misteriosa che mi spingeva ai sui ginocchi per chiedergli perdono, e cercavo di proiettarmi verso la sua luce, e correvo all’impazzata in questo buoi tremendo, era la visione spirituale, correvo come un pazzo verso di lui e lui si allontanava, ed io correvo sempre e lui si allontanava, era una fuga mentale, era una corsa verso l’ignoto, verso il perdono nella cerca di una pace che invece era sostituita dall’incessante pensiero della follia.
Quanto tempo durò questo, il mio spirito guida aveva lasciato la luce come simbolo, lui se n’era andato, io l’inseguivo e non inseguivo nessuno, non c’era nessuno.
Secondo il vostro tempo umano passarono cinque mesi di questa rincorsa terribile, in cui non pensavo a niente che fosse terreno, ma inseguivo soltanto il mio spirito guida per chiedergli perdono.
Dopo cinque mesi del vostro tempo terrestre , in questa luce vidi avanzarsi nuovamente il mio spirito guida, ed io presi una rincorsa, poi mi accorsi che non era una rincorsa, era il mio pensiero che si muoveva come un onda di mare.
Questa volta lo spirito non andò via, mi trovavo quasi ai suoi ginocchi, immaginavo volevo essere ai suoi ginocchi, e lo guardai, era una luce di forma umana che mi volse le spalle, questa visione astrale ancora molto umana, sentivo che guardava in alto ed in alto io guardai, e sentii un attimo dentro di me un senso di pace mistica, avvertivo come un coro d’angeli, avvertivo una voce dolce e possente, ed il mio pensiero allora pensava a Dio, incessantemente Dio, sentivo che questa voce era Dio, ma io non vedevo nulla, sentivo fortissimamente che era Dio.
Allora lo spirito guida mi disse, a Dio pensa ed a ciò che hai fatto. Lo spirito guida se ne andò nuovamente ed io restai solo, solo pensando a Dio ed a quella voce buona che io avevo offeso, a quella voce che non avevo voluto ascoltare allorquando dovevo ascoltarla, e a quel Dio nel quale se mi fossi rifugiato, non sarei morto se avessi avuto fede in lui.
Così una sofferenza nuova venne dentro di me, perché non l’ho amato Dio, perché non l’ho pensato, perché non mi sono rifugiato in Lui, sarei salvo, non soffrirei.
Per lungo tempo ebbi questa sofferenza, poi mi dissero, adesso avvicinati verso la terra, e mi fecero avvicinare e rividi allora i miei cari, e sentivo allora uno srtuggimento , un pentimento, vorrei essere con loro pensavo, vorrei non essere morto, potrei vivere felicemente e questo fu per me un nuovo dolore.
Oggi soffro ancora, ancora passerà qualche anno forse, ma oggi sono indubbiamente più calmo, e dico a me stesso ed agli altri, nel momento in cui si avverte di doverla farla finita con la vita, c’è sempre un momento in cui si ha la possibilità di salvarsi, anche nei momenti più terribili, anche negli attimi più oscuri c’è sempre un lampo di luce che cerca di portare aiuto

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