Fisica ...tra Scienza e Mistero (Universo,Energia,Mente e Materia)

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 La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte

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pier



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MessaggioOggetto: La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte   Dom Nov 30, 2008 10:09 pm

La mente può davvero conoscere se stessa?
di Luciano Peccarisi - Novembre 2008
I parte
 Breve introduzione
 Che cos’è la coscienza
 L’esperienza della coscienza
 La strana coscienza umana
 La coscienza parlante
 Le credenze della coscienza
 Coscienza e libertà
Luciano Peccarisi è medico di famiglia, specialista in Neurologia. Vive e lavora ad Ostuni (Br). Si interessa di coscienza e del rapporto mente-cervello. E' autore del recente libro: Il miraggio di “conosci te stesso”. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio, edito da Armando, Roma, 2008.


Breve introduzione
Per Omero la ‘psiche’ assomigliava ad un doppio, un sosia, una alter ego e l’uomo omerico non era l’essere introspettivo, interiorizzato, cui Socrate ingiungeva di conoscere se stesso. La soggettività non esisteva e in Omero infatti non si trova nessun termine che stia per ‘individuo’ o per ‘se stesso’, e il comportamento veniva attribuito a forze esterne. Per Omero non c’è nulla dietro il corpo, l’unica funzione che riconosce all’anima è quella “di abbandonare il corpo nel momento della morte” (1). Tutti venivano indotti da fuori a fare cose normali, cose pazze, cose buone o cattive, atti di eroismo o di vigliaccheria. Nell’Iliade vi sono due caratteristiche “l’assenza di un linguaggio mentale e il fatto che le azioni vengano iniziate da dèi” (2). Manca il riconoscimento di un’interiorità, sono gli dèi che dicono ciò che bisogna fare volta per volta. L’Iliade è un poema che parla di azione ed è pieno di azione, non vi è riflessione, momenti per fermarsi a pensare, introspezione. Da questo punto di vista è superficiale, spietato, vuoto.
Quattro secoli prima di Cristo Ippocrate costruisce la prima teoria delle funzioni mentali ed emotive, “ una teoria moderna, nel senso che è basata sull’esclusivo funzionamento del corpo” con i suoi quattro umori” (3).
Per Aristotele è la vita del corpo, per Platone è la vita imprigionata nel corpo. Per i greci è psiche, soffio; per i romani è anemos, vento.
Del concetto di anima immortale si appropriarono subito le religioni.
La mente per Agostino è anzitutto memoria della sua presenza a sé, autocoscienza e non si pone sotto il proprio sguardo che quando pensa se stessa, “la mente è insomma presente a se stessa prima d’ogni riferimento all’alterità, quasi fosse al di qua di tale soglia” (4).
Per Cartesio la res cogitans, sostanza pensante, ben distinta dalla res extensa.
Locke per primo anziché di anima cominciò ad usare il concetto d’identità personale; l'identità non poggerebbe su niente, si prolunga nel tempo, in qualcosa che mette in relazione gli istanti, le ore, i giorni ed è legata al filo della memoria. La scienza del novecento fu riluttante a prendere in considerazione i fenomeni soggettivi; la psicoanalisi con Freud e il comportamentismo con Watson mettevano così tranquillamente tra parentesi ciò che avveniva nella scatola cranica. W. James introdusse il concetto dinamico di flusso di coscienza: "Domandate alla prima persona che incontrerete, uomo o donna, psicologo o ignorante, e vi risponderà che si sente pensare, godere, soffrire, volere, nello stesso modo in cui si sente respirare. Essa percepisce direttamente la sua vita spirituale come una specie di corrente interna, attiva, leggera, fluida, delicata, quasi diafana e assolutamente opposta a qualunque cosa materiale" (5). La mente è un processo non una sostanza. Nella mente ogni immagine è immersa ed indistinta, è come un fiume che non è composto da "secchiate d'acqua" ma fluttua e rallenta, parti differenti si muovono a velocità differenti, toccandosi l'una con l’altra come i vortici di una corrente turbolenta. S’introduce così un elemento etereo, incerto, evanescente, instabile.
E tuttavia tale metafora non è ancora appropriata a descrivere l'attività mentale come appare nell’Ulisse di Joyce (6). Blomm si avvicina a un bordello, indietreggia per evitare una macchinae riprende il cammino... quaranta pagine e due secondi dopo! In questi pochi secondi il lettore è condotto in una lunga digressione che coinvolge decine di personaggi e ricopre un periodo che eccede molto i pochi secondi che il trascorrere del tempo avrebbe consentito. Le dimensioni del tempo convenzionale, con le sue nette partizioni, sono inutilizzabili per tessere la trama dell'attività della mente joyciana (7).
B. Russell definisce la filosofia la "terra di nessuno" tra scienza e teologia.
"La scienza si appella alla ragione umana anziché all’autorità. Tutte le nozioni definite appartengono alla scienza tutto il dogma, cioè quanto supera le nozioni definite, appartiene alla teologia .. (ma).. quasi tutte le questioni di maggior interesse per le menti speculative sono tali che la scienza non può rispondervi" (Cool.
La filosofia della mente diventa autonoma quando un ramo della filosofia "analitica" (che rispetto all'altro tronco della filosofia - la "continentale"- ha pretese di scientificità) rivolge il suo interesse, cioè l'analisi del linguaggio, ai termini degli stati cerebrali, proprio con Russell in The Analysis of Mind del 1921. "L'analisi filosofica viene applicata ...anche ai termini psicologici: è così che nasce quell'ambito di ricerca che oggi viene chiamato, in senso proprio 'filosofia della mente" (9), la svolta cognitiva soppianta così la pregressa svolta linguistica di Wittgenstein.
La tradizione continentale si è impegnata di più sulle caratteristiche fondamentali dell'esistenza umana, con Husserl e Merleau-Ponty, sull'esperienza esistenziale con Heidegger e Sartre e sull'interpretazione con Derrida e altri (10).
G. Fechner, H.von Helmholtz e W.Wundt furono i primi a studiarla nella psicologia scientifica sperimentale.

Che cos’è la coscienza
Molti credono di conoscersi ma in realtà, quando dicono “io so chi sono”, “io mi conosco”, non dovrebbero esserne invece così sicuri. Che la mente può conoscere meglio se stessa delle altre cose, è un giro di parole, che non porta da nessuna parte. Spesso invece conoscere il resto del mondo è più semplice che conoscere noi stessi. Del resto non siamo tanto certi nemmeno di possedere un "mentale". Nessuno lo ha dimostrato. Tuttavia gli altri, in effetti, potrebbero essere tutti degli automi ma, noi sentiamo di non esserlo per niente, di agire perché lo vogliamo, di fare cose senza impedimento alcuno. Se voglio muovere il braccio, lo faccio. Attivo ‘il pensare’ (una cosa eterea e astratta) e posso muovere qualcosa di materiale (un chilo di carne e di ossa); ci sembra normale; " diamo per scontato che la materia possa essere mossa con la sola forza del pensiero, se quella materia siamo noi” (11). Ma niente si può dare per scontato. Da dove nasce e com’è possibile tutto ciò? Noi siamo animali culturali e non possiamo che cercare di ricostruire la nostra storia per venirne a capo. Siamo stati, come tutti, costruiti dall’ambiente che dopo milioni d’anni di adattamenti ci hanno perfezionato perché potessimo sopravvivere e lasciare in giro i nostri figli, altrimenti il processo si fermerebbe. Noi abbiamo costruito i computer e la natura ha costruito noi. Nei computer le istruzioni le abbiamo immesse nei file, mentre è stata la natura ha immettere le sue istruzioni nei nostri geni. Semplice a dirsi, ma interiorizzare il mondo esterno non è cosa facile, il cervello per fare questo usa: neuroni, correnti elettriche, sostanze chimiche, ioni, neuromodulatori, sinapsi, recettori, membrane, ormoni, ecc. Vediamo il mondo esterno tramite le idee (rappresentazioni mentali), che sono diverse da quelle del pipistrello, della talpa, del polpo, della rondine o della vipera, per non dire del lombrico o del moscerino della frutta. Ognuno ha precisamente quelle che servono per il tipo di ambiente che frequentano. Se i contenuti delle rappresentazioni mentali starebbero “ nella testa della gente nello stesso senso in cui le scene di un film sono in un DVD” (12) ciò consentirebbe, come si dice di ‘naturalizzare’ la mente. La caratteristica cioè degli stati mentali di riferirsi, di collegarsi (intenzionalità) e di avere come contenuto (idee), i fatti e gli oggetti esterni. Molti ritengono ancora che il mentale non sia dipendente dal substrato ove esso si realizza. Una stessa operazione o calcolo può essere realizzata, dicono, in cervelli diversi, in calcolatrici, computer o altri marchingegni.

.: pagina successiva
NOTE
1) Galimberti U. (1999) Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, Milano, p. 71
2) Jaynes J. (1976) Il crollo della mente bicamerale, tr. it. 2002, gli Adelphi, Milano, p.105
3) Legrenzi P. (2002), La mente, Il Mulino, Bologna p. 70
4) Desideri F. (1998) L’ascolto della coscienza, Feltrinelli, Milano, p. 147
5) Mecacci L. (1994) Introduzione alla psicologia, Ec.Laterza 1994, p. 122
6) Joyce J. Ulisse A. Mondadori ed. 1982
7) Stephen Kern (1995) Il tempo e lo spazio, Il Mulino, Bologna, p. 38
Cool Russell R. Storia della filosofia occidentale, Mondadori Oscar 1987, p. 13
9) Nannini S. (2002) L'anima e il corpo, Laterza, Roma-Bari, p. 74
10) Bechtel W. (1992) Filosofia della mente, Il Mulino, Bologna, p. 3
11) Gozzano S. (2007) Pensieri Materiali. Corpo, mente e causalità, UTET, De Agostini scuola, Novara, p.VII
12) Nannini S. (2007) Naturalismo cognitivo. Per una teoria naturalistica della mente, Quodlibet, Macerata, p. 228

da http://www.riflessioni.it:80/la_riflessione/mente-coscienza-1.htm
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cincin



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MessaggioOggetto: Re: La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte   Dom Feb 08, 2009 9:55 pm

La mente può conoscere se stessa? No.
La mente, come ogni altro soggetto, può conoscere e studiare solo l'oggetto; il soggetto non può conoscere esso stesso e per conoscere se stesso ci vuole un soggetto diverso da esso; per conoscere la mente (soggetto) ci vuole un soggetto diverso e a quel punto la mente diventa l'oggetto; e questo è fattibile.
E è possibile che ci sia un soggetto diverso dalla mente che possa conoscere la mente stessa? Sì c'è e è la "famosa" Consapevolezza che potremmo assimilare allo Spirito o Essenza.
E come si può arrivare a conoscere la mente? Bisogna "osservarla", ovvero bisogna "osservare" i pensieri che fluiscono nella mente.
All'inizio accade che appena li si osserva essi si fermano ma andando avanti è possibile osservarli senza che accada questo e essi continueranno a fluire sotto l'occhio della Consapevolezza.
Il giorno che si diventa consapevoli di essere Consapevoli, ovvero di essere Consapevoli dei pensieri, della mente, quel giorno si Conosce la mente e quando si conosce la propria mente si conoscono tutte le menti degli uomini :-)
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pier



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MessaggioOggetto: Re: La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte   Lun Feb 09, 2009 11:42 am

cincin ha scritto:
La mente può conoscere se stessa? No.
La mente, come ogni altro soggetto, può conoscere e studiare solo l'oggetto; il soggetto non può conoscere esso stesso e per conoscere se stesso ci vuole un soggetto diverso da esso; per conoscere la mente (soggetto) ci vuole un soggetto diverso e a quel punto la mente diventa l'oggetto; e questo è fattibile.
E è possibile che ci sia un soggetto diverso dalla mente che possa conoscere la mente stessa? Sì c'è e è la "famosa" Consapevolezza che potremmo assimilare allo Spirito o Essenza.
E come si può arrivare a conoscere la mente? Bisogna "osservarla", ovvero bisogna "osservare" i pensieri che fluiscono nella mente.
All'inizio accade che appena li si osserva essi si fermano ma andando avanti è possibile osservarli senza che accada questo e essi continueranno a fluire sotto l'occhio della Consapevolezza.
Il giorno che si diventa consapevoli di essere Consapevoli, ovvero di essere Consapevoli dei pensieri, della mente, quel giorno si Conosce la mente e quando si conosce la propria mente si conoscono tutte le menti degli uomini :-)

Gli insegnamenti vedici che ho ricevuto dicono che la pura coscienza viene attivata quando non vi è più il pensiero e la coscienza diventa consapevole di sè stessa . Questa è la trascendenza.
Purtroppo i pensieri, che sono come delle scimmie, distolgono la pura consapevolezza da questa auto osservazione .
Con la pratica , ad esempio della meditazione o di qualsiasi altra tecnica che mira a ciò , la pura consapevolezza non viene offuscata dal pensiero.
Contemporaneamente c'è il pensiero e la consapevolezza e questa è l'illuminazione che può essere temporanea o permanente .
Successivamente intervengono altri stadi , magari ne riparleremo in un altro contesto.
Naturalmente questo è l'insegnamento vedico e lo riporto solo come un contributo alla discussione, nulla più
In Tibet utilizzano i mandala per favorire il raggiungimento della propria centralità (SE?) che è nel bindu.
Ho realizzato un mandala nel quale ci sono tanti Budda , compreso quello blu della medicina, che sono persone illuminate (o lo diventeranno, i Bodisatwa) e che con il loro esempio ci aiutano a raggiungere pure noi l’illuminazione.
Questa è un altra via rispetto a quella vedica.
Pier.
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cincin



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MessaggioOggetto: Re: La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte   Dom Feb 22, 2009 11:25 am

pier ha scritto:

Contemporaneamente c'è il pensiero e la consapevolezza e questa è l'illuminazione che può essere temporanea o permanente .
Proprio così, Pier :-)

Quando ancora non si è illuminati e si tenta di "osservare" i pensieri che fluiscono nella mente, questi si fermano, si bloccano; la "osservazione" dei pensieri fa cessare i pensieri stessi. Ma quando ci si illumina, quando cioè ci si ri-Conosce, allora si sarà osservatori dei propri pensieri senza che questi si blocchino. Ed è solo così che non si è in balia dei pensieri.
Solo l'illuminato sa di non essere i suoi pensieri e pertanto non verrà mai travolto dalle emozioni (positive o negative che siano) perchè le emozioni scaturiscono dalla identificazione col pensiero. E se noi non siamo i nostri pensieri non siamo nemmeno le nostre emozioni perchè queste ultime dipendono dalla identificazione col pensiero; avvenuta la disidentificazione dal pensiero ("osservazione del pensiero o Illuminazione) si sarà automaticamente disidentificati dalle emozioni che a quel punto non ci potranno più travolgere, non avranno più presa su di noi, non ci renderanno più come una barca in balìa delle onde :-)
Essere non illuminati vuol dire essere una barca in balìa delle onde, una barca senza conducente; essere Illuminati vuol dire governare la barca :-)

Vorrei che ci parlassi degli altri stadi, pier :-)

p.s. più carina la nuova grafica del forum, Fasuto :-)
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pier



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MessaggioOggetto: Re: La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte   Dom Feb 22, 2009 12:21 pm

cincin ha scritto:
pier ha scritto:

Contemporaneamente c'è il pensiero e la consapevolezza e questa è l'illuminazione che può essere temporanea o permanente .
Proprio così, Pier :-)

Quando ancora non si è illuminati e si tenta di "osservare" i pensieri che fluiscono nella mente, questi si fermano, si bloccano; la "osservazione" dei pensieri fa cessare i pensieri stessi. Ma quando ci si illumina, quando cioè ci si ri-Conosce, allora si sarà osservatori dei propri pensieri senza che questi si blocchino. Ed è solo così che non si è in balia dei pensieri.
Solo l'illuminato sa di non essere i suoi pensieri e pertanto non verrà mai travolto dalle emozioni (positive o negative che siano) perchè le emozioni scaturiscono dalla identificazione col pensiero. E se noi non siamo i nostri pensieri non siamo nemmeno le nostre emozioni perchè queste ultime dipendono dalla identificazione col pensiero; avvenuta la disidentificazione dal pensiero ("osservazione del pensiero o Illuminazione) si sarà automaticamente disidentificati dalle emozioni che a quel punto non ci potranno più travolgere, non avranno più presa su di noi, non ci renderanno più come una barca in balìa delle onde :-)
Essere non illuminati vuol dire essere una barca in balìa delle onde, una barca senza conducente; essere Illuminati vuol dire governare la barca :-)

Vorrei che ci parlassi degli altri stadi, pier :-)

p.s. più carina la nuova grafica del forum, Fasuto :-)

Ecco la seconda parte.
L’esperienza della coscienza
Tutto questo sembra chiaro, meno chiaro è spiegare le sensazioni di piacere, bellezza, armonia, gusto; vi è, in effetti, un’ostinata “resistenza dei fenomeni soggettivi a lasciarsi spiegare in termini fisico-biologici” (13); spiegare il fenomeno ad esempio dei colori, degli odori, degli amori, la consapevolezza di esserci, la vivida presenza di noi stessi che non possiamo comunicare a parole, tanto è particolare. Come facciamo a spiegare con le parole com’è per noi avere un’immagine mentale o il com’è un’emozione? Benché ci si sarà sotto una base fisica, ancora nessuno ha trovato i siti esatti (ammesso che di siti si possa parlare) né abbiamo una spiegazione adeguata del perché e del come sorga. “Perché mai l’elaborazione fisica dovrebbe far nascere una vita interiore così ricca?” (14). Ma proprio il tema della coscienza e della sua possibilità di conoscersi potrebbe annettere sia i fenomeni soggettivi e che quelli oggettivi, non distinguendo ‘esterno ed ‘interno’. In questo caso si pensa che non vi sia “separazione tra l’esperienza e la realtà e che il soggetto e l’ambiente sono due modi diversi di descrivere lo stesso processo” (15). E’ stata la peculiare storia dell’essere vivente umano a creare questi equivoci. Quando la sua evoluzione non sviluppò un elemento fisico e anziché il collo, la proboscide, le ali, il becco, le pinne, la forza o la velocità s’indirizzò verso una comunicazione sempre più raffinata, fino ad una trasmissione sonora dei pensieri, ebbene quella si rivelò la carta vincente. Il linguaggio più di tutti gli altri costituì una fonte inesauribile di conoscenza e, di conseguenza, di potere. In grado di rendere l’organismo capace di continuare meglio la propria stirpe. Fino a divenire paradossalmente troppo numerosi. L’animale non parla; usa le immagini del mondo per orientarsi nella realtà, quelle del ricordo per evitare errori passati e a tenere a mente esperienze pericolose. Schemi mentali semplici per decisioni rapide, un pensiero intuitivo, automatico.Tuttavia se rievocate senza motivo concreto, come accade nell’uomo moderno, le immagini interconnesse dal linguaggio, danno origine ad una nuova modalità di pensiero, più analitico e ragionato, legato alla cultura. Grazie a questa seconda modalità “abbiamo consapevolmente costruito la scienza, la tecnologia e il complesso dei saperi che hanno creato il mondo contemporaneo" (16). Un marziano che ci osservasse vedrebbe individui che parlano in continuazione e si muovono pochissimo. Si chiederà: che razza di specie non è mai questa?

La strana coscienza umana
L’uomo è ora un organismo strano ma all’inizio era come tutti gli altri. Era fornito della conoscenza giusta per sopravvivere, in competizione con gli altri. Le sue credenze erano innate come lo sono quelle degli scimpanzé e con quelle s’arrangiava. Gli animali nascono con le loro credenze tutte belle e pronte. Lorenz fa l’esempio del rondone, “cresce in una cavità ristretta, in cui gli è impossibile distendere le ali (né a maggior ragione sbatterle), in cui non riceve immagini retiniche nitide (perché il punto più lontano della cavità è molto più vicino a lui di quanto non lo sia la distanza focale minima dei suoi occhi) …riesce a risolvere, durante il volo, tutti i problemi relativi alla resistenza aerodinamica, alle correnti, alla turbolenza, ai vuoti d’aria e riconoscere ed afferrare la preda, e infine, a compiere atterraggi perfetti nei luoghi adatti (17). Una gazzella vede un leone ed invariabilmente scappa, non gli corre mai incontro felice. Il contrario avviene quando un piccolo vede la madre.
Il serpente sembra adatto per strisciare, il pesce per nuotare e l’uccello per volare. Gli organismi estendono il loro adattamento in tutti gli spazi occupabili. Dopo milioni d’anni d’evoluzione i nuovi nati vengono al mondo come trottole già cariche e pronte a girare. Motorino acceso e il dinamismo innestato, vivono la loro avventura vitale fino a spegnersi e fermarsi. Il piccolo di gnu, gazzella o zebra, si vede benissimo nei documentari, appena nato si alza nel più breve tempo possibile e sa tutto quello che deve fare. Mettersi su, cercare la madre, trovare le mammelle e allattarsi e, se rimane solo, stare fermo acquattato e immobile nell’erba. Nessuno gliel’ ha insegnato prima, ha tutto pronto nella testa. L’esperienza delle precedenti generazioni lo ha scolpito nel suo cervello. Poi l’esperienza apporta qualche variante. Ogni piccolo di scimpanzé può imparare da sua madre come estrarre termini infilando un rametto in una fessura. Solo quelli però che lo fanno da piccoli lo eseguiranno da adulti ma non lo trasferiranno ad altri, ed ogni volta bisognerà impararlo daccapo. Anche l’uomo nasce con una conoscenza già pronta nella testa. Per esempio il neonato messo su un lastrone di vetro con sotto un burrone tenderà a non attraversalo, pur non avendo avuto nessun’esperienza di cadute precedenti. Questa conoscenza è poco utile nel nuovo mondo che lo aspetta fatto di case, auto, semafori, ascensori, televisione, vestiti, carte, libri e soprattutto parole. Un ambiente in cui i vecchi schemi per la sopravvivenza e la riproduzione non servono più ed i nuovi devono essere appresi in fretta. Può comunicare i suoi pensieri ai suoi simili, rendersi partecipe del gruppo ed aumentare la conoscenza acquisita. Non sa annusare meglio degli altri animali, nemmeno azzannare, avvistare, correre, volare, andare sott’acqua; niente di tutto questo.

La coscienza parlante
Comunicare meglio però è più efficace di tutte queste cose. Ed è una cosa che sa fare benissimo, meglio di tutti gli altri. Anche le altre specie lo fanno, come le formiche, le api, ed anche animali superiori, usando sostanze chimiche, versi, gesti stereotipati, escrezioni, riti comportamentali; ma nessuno è bravo quanto l’uomo. Lui, con il dono della parola articolata, riesce a fare discorsi lunghi ed argomentati e a pensare alle cose più complicate utilizzando termini sempre più carichi di significati.
Parlare e scambiare idee consente la socialità e la formazione di gruppi numerosi capaci di avere la meglio su qualunque altro animale. Accresce l’inventiva ed ecco infatti le prime fondamentali scoperte: il fuoco, l’arco, i recipienti, le capanne, gli utensili, i monili, le gerarchie per la per la caccia, la distribuzione, la scelta del partner, la protezione, le feste. Servono sempre nuovi termini per designare oggetti, fatti, eventi, regole, occasioni, avvenimenti e ogni giorno sono create parole e concetti diversi. Gli uomini culturali hanno a che fare con l'esperienza filtrata attraverso un sistema di credenze innaturali, acquisite non geneticamente ma culturalmente. Credenze diverse, da quelle degli indigeni africani a quelle dei giocatori di borsa, dai pastori analfabeti ai raffinati intellettuali, dai delinquenti incalliti ai musicisti estasiati, dai fanatici religiosi agli intransigenti atei, dai mendicanti ai banchieri.
Ogni sistema di credenze colora l'esperienza in modo differente, da una visione del mondo; di destra o di sinistra, tutta la vita per la Juventus o per il Milan, per l’Islam e il confucianesimo; quelli che appartengono ad un gruppo di questi rappresenta un altro caso di trasporto e trasmissione di quel sistema di credenze.
Possiamo vedere come al fondo delle credenze vi sia un nucleo emotivo e che proprio questo rende a volte ciechi e stupidi verso la rete di credenze di un altro. Ma non ci accorgiamo che le nostre credenze potrebberero fare lo stesso con noi. Essere educati ed istruiti significa essere invitati ad entrare in un sistema di credenze; che nascerà in Arabia Saudita assai difficilmente diventerà un cattolico praticante. E' straordinariamente facile indurre un addomesticamento perché i neonati sono totalmente dipendenti dai genitori. Ed è straordinariamente difficile uscire dal sistema di credenza dove ci si è formati.

NOTE
13) Lavazza A. (2008) L’uomo a due dimensioni. Il dualismo mente-corpo oggi, B. Mondadori, Milano, p. XI
14) Chalmers D. (1995) Come affrontare il problema della coscienza, trad. it. 2004, in A. De Palma, G. Pareti (a cura di), Mente e corpo. Dai dilemmi della filosofia alle ipotesi della neuroscienza, Boringhieri, Torino, p. 238
15) Manzotti R. Tagliasco (2008) L’esperienza. Perché i neuroni non spiegano tutto, Codice, Torino, p. X
16) Paternoster A. (2007) Il Filosofo e i Sensi. Introduzione alla filosofia della percezione, Carocci, Roma, p. 11
17) Lorenz K. (1965), Evoluzione e modificazione del comportamento,Torino, Boringhieri, 1982, p. 45-46
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pier



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MessaggioOggetto: Re: La mente può davvero conoscere se stessa? I Parte   Dom Feb 22, 2009 12:24 pm

[quote="pier"][quote="cincin"]
pier ha scritto:

Vorrei che ci parlassi degli altri stadi, pier :-)


Ecco la terza ed ultima parte.
Le credenze della coscienza
L'uomo però con le sue idee ha costruito un mondo di credenze non derivate geneticamente ma acquisite. Richard Dawkins (18) sostiene che gli organismi sono robot che portano a spasso i geni, sono loro che saltando da corpo a corpo sono i veri immortali. Oggi però accanto al replicante genico ve n'è un altro che ha prevalso sulla terra: il meme, un’idea vincente che va avanti nei linguaggi e nelle menti e che usa come medium gli uomini che parlano e si trasmettono le idee. I termine meme è descritto nell'Oxford English Dictionary come “elemento di una cultura che può ritenersi trasmesso da un individuo ad un altro con mezzi non genetici, soprattutto attraverso l’imitazione”. Anche i memi, come i geni, sono immortali se sono vincenti. Se qualche gene del corpo di Socrate si aggira tra di noi, anche il meme (nella mente del primo che l’escogitò) ad esempio della ruota continua ad esistere, benché i primi fruitori sono morti da un pezzo.
I memi, come ricette culturali, dipendono “da questo o da quel mezzo fisico per continuare ad esistere (non hanno alcun potere magico); ma possono saltare da un mezzo all’altro, essere tradotti da un linguaggio all’altro, o da un linguaggio ad una figura, da una figura ad una pratica, e così via” (19).
L’uomo è l’animale per eccellenza che copia (un po’ simile è la scimmia). Infatti ”fra i gruppi tribali sopravvissuti, la fabbricazione d’arnesi di pietra, la tessitura, le tecniche di pesca, la costruzione di tetti di paglia, fucinatura e l’arte di accendere il fuoco o cucinare sono state tutte apprese per imitazione” (20). Proprio come l'evoluzione dei geni ha creato ciò che di naturale sta intorno a noi, quella memetica ha prodotto ciò che di artificiale ci circonda. Introdussi il termine meme alla fine di un libro, altrimenti parso interamente dedicato a celebrare il gene egoista come l’essenza e il fine ultimo dell’evoluzione. Ma è il replicatore, qualunque aspetto esso prenda, la vera unità della selezione. Dopo il successo dei geni ecco allora che nell'uomo ” entravano in scena i memi” (21) logica di base diventa sempre più raffinata fino a raggiungere le vette più alte della fisica e della matematica che, insieme alla musica, è una lingua comune a tutti. L’evoluzione per selezione ha trasformato la materia inerte in tutte le straordinarie forme di vita che conosciamo. Oggi trova nella cultura umana un nuovo formidabile concorrente. Un cervo, un lupo o un’aquila nascono con un’intelligenza e una conoscenza ereditata e solitaria. L’uomo invece è capace, grazie ad un’intelligenza collettiva e connettiva, di sviluppare dopo la nascita una conoscenza originale. Leidee, all’inizio poche, sono diventate i milioni di volumi conservati nelle biblioteche e i miliardi in circolazione. L’evoluzione delle idee si rivelò capace di spezzare la rigidità dei vincoli naturali e realizzare uno speciale mondo artificiale, di fantasia, d’arte e d’invenzione. L’uomo ha stravolto in solo diecimila anni, la natura nata milioni d’anni prima.
Io che parlo, frutto di questa rivoluzionaria evoluzione, posso guardarmi dentro e farmi la domanda: chi sono? Quanto capisco di me, è però un'altra cosa. Sono oggi l’esito finale di una lunga storia, partita dalla semplice sensibilità ed interazione esterna e non posso certo ripercorrerla all’indietro solo con l’introspezione. La scienza da risposte poco interessanti alla mia sensazione di esistere. Parla di centri cerebrali capaci di sintetizzare, integrare ed unificare, lobi limbici, amigdale, lobi frontali, zone motorie e sensitive, nuclei del linguaggio, reti della memoria. Assomiglio ad una scimmia ma sono nato in un mondo fatto di film, televisione, discorsi, dibattiti, libri, musica e non come le scimmie di alberi, prede, combattimenti, fughe e burroni. Gli animali non sanno di esistere, forse è per questo che in loro anche se c'è la paura del predatore non c'è l'angoscia della morte immaginata. Nessun animale è religioso o racconta la propria vita, segue la moda o fa sport, sembrano sereni. Per Freud siamo guidati dall’inconscio e la coscienza è solo un iceberg, i processi psichici sono di per sé inconsci e che “di tutta la vita psichica sono consce soltanto alcune parti e alcune azioni singole” (22). Con l’introspezione non otteniamo alcuna comprensione precisa dei moti interiori, delle sorgenti dell’ansia, dell’angoscia o di quella leggera euforia che a volte ci prende: ci sfugge l’origine degli stati d’umore e del significato che diamo alle cose. Le emozioni e i sentimenti a volte ci soggiogano. Non vorremmo odiare qualcuno o amarlo, invece sembra che qualcosa quasi ci costringa. Arrivano di forza i sogni, a dispetto della nostra volontà. Desidereremmo invece che venissero più spesso quelli impulsi di creatività e quelle intuizioni magiche tanto difficili da cogliere Per Cartesio siamo due sostanze; una res cogitans che pensa (la mente) ed una res extensa (sostanza estesa, materia), che ci trasporta materialmente a passeggio.Forse siamo una medaglia a due facce. Un metodo di ricerca inventato da noi stessi, la scienza, ha dato sorprendenti risultati, per la puntualità e la precisione di questo tipo di pensiero. Nuove conoscenze, scoperte, applicazioni e progressi tecnologici hanno innalzato il benessere e la comodità degli uomini. Le scienze umane, le religioni, le arti non hanno fatto altrettanto, e del resto non era quello il loro compito, ma hanno aumentato le persone istruite, coltivato i sentimenti e riempito il tempo libero.

Coscienza e libertà
Se siamo il prodotto del linguaggio e della cultura, dov’è allora la libertà? In cosa consiste il libero arbitrio? Forse siamo tutti macchinette prefabbricate e non ce ne rendiamo conto. Si è dimostrato che quando credete di decidere, in realtà la vera decisione, che è avvenuta invece in modo inconscio nel vostro cervello (ca. 300 millisecondi prima). Il massimo che possiamo fare è forse intervenire con qualche potere di ‘veto’. In questo caso allora, noi saremmo l’insieme delle due parti “ sia quello che parte da dentro, sia colui che mette il veto “ ? (23). Gli eventi mentali, dicono alcuni, sono individualmente identici a eventi fisici (fisicalismo: tutto ciò che è reale è fisico), ma è difficile ridurre il mentale al fisico. Forse sono solo due descrizioni che necessitano un vocabolario diverso. C’è chi immagina per noi, a differenza dagli animali, una mente estesa che dipende non solo dal cervello come negli animali ma da una miriade di supporti esterni (primo tra tutti, il linguaggio) da lui stesso creati, che influiscono sulla nostra vita. La percezione del tempo ad esempio, con orologi, calendari e memorie scritte non è più quella scandita dagli orologi interni dell’antico cervello primitivo animale. “ In noi entra in funzione la neocorteccia che ne dà una dimensione più estesa, fino a comprendere la nostra fine e ciò si ripercuote sullo stato d’animo e sull’umore di base che non è più quello attento, ma sereno animale, ma ha uno sfondo d’inquietudine specificamente umano” (24). Come disse William James: “Nell’accezione più ampia possibile il Sé di un uomo è la somma totale di tutto quanto egli PUO’ definire suo, non solamente il suo corpo e le sue facoltà psichiche, ma i suoi vestiti e la sua casa, sua moglie e i figli, i suoi antenati e i suoi amici, la sua reputazione e le attività lavorative, le proprietà terriere e i cavalli, lo yacht e il conto in banca (…) Se queste cose crescono e prosperano, egli si sentirà trionfante; se perdono d’importanza e svaniscono, si sentirà abbattuto, non necessariamente con lo stesso grado d’intensità per ogni singola cosa, ma sostanzialmente allo stesso modo per tutto” (25).
Bisognerebbe scardinare e difendere l’irriducibilità del mentale senza ricorrere a barriere fra scienze umane e scienze della natura. Le strutture mentali innate s’intersecano indissolubilmente con quelle apprese e costruite durante la nostra storia. Rimane il problema “ammesso che non si provi niente ad essere un neurone, perché, in che modo, in virtù di quali fenomeni o leggi di natura, si dovrebbe provare qualcosa ad essere qualche miliardo di neuroni?” (26). Il soggettivo e l’oggettivo tendono a rimanere separati. “Il dualismo è così radicato nel nostro linguaggio che parliamo ordinariamente del “mio cervello” o del “mio corpo”, come se “io” fossi separato dai “miei” organi” (27).
Quant’è difficile allora conoscersi “ conoscere se stessi è davvero un’utopia”? (28).

Luciano Peccarisi

Se interessa potrò inserire in seguito l'articolo dell'autore "Ma che cos’è la coscienza?"
Pier


Luciano Peccarisi è medico di famiglia, specialista in Neurologia. Vive e lavora ad Ostuni (Br). Si interessa di coscienza e del rapporto mente-cervello.
-
NOTE
18) Dawkins R. (1976) The Selfish Gene, Oxford University Press, trad. it. Il Gene Egoista, la parte immortale di ogni essere vivente, I ed. Oscar saggi 1995, Mondadori, Milano
19) Dawkins R. (2006) The God delusion, Bantam Press, Londra, trad. it. 2007, L’illusione di Dio: le ragioni per non credere, Mondadori, Milano, p. 374
20) Dawkins R. (1998) Unweaving The Rainbow. Science, delusion and the appetite for wonder, trad. it. L’Arcobaleno della vita. La scienza di fronte alla bellezza dell’universo, 2001, Quark, Oscar Mondatori, Milano, pp. 271-275
21) Blackmore S. (1999) The Meme Machine, trad. it. 2002, La Macchina Dei Memi. Perché i geni non bastano, Instar Libri, Torino, p. XXV-XXVI
22) Freud S. Introduzione alla Psicoanalisi. Prima e seconda serie di lezioni, P. Boringhieri, Torino, trad. it. 1978, pp. 22-23
23) Libet B. (2004) Mind Time. The Temporal Factor in Consciousness, trad. it. 2007, Mind Time. Il fattore temporale nella coscienza, Cortina, Milano, pp. 37-91
24) Peccarisi L. (2006) A favore della mente estesa, in Sistemi Intelligenti, XVIII, n. 2, Agosto, p. 323
25) LeDoux J. (2002) Il Sé sinaptico, R.Cortina ed., Milano, 2002, p. 19
26) Di Francesco M. (2000) La coscienza, Laterza, Roma-Bari, p. 7
27) Blackmore S. (2005) Consciousness. A Very Short Introduction, OxfordUniversity Press, trad. it. 2007, Coscienza, Codice edizioni, Torino, p. 6
28) Peccarisi L. (2008) Il miraggio di “conosci te stesso”. Coscienza, linguaggio e libero arbitrio, Armando editore, Roma, p. 17
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