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 Storia -I veda e le civiltà della Valle dell'Indo

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pier



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MessaggioOggetto: Storia -I veda e le civiltà della Valle dell'Indo   Ven Nov 06, 2009 4:17 pm

Harappa e Mohenjo-Daro - Le civiltà sconosciute dell'Indo
di F. Rondina e F. Bertelegni

Le civiltà della Valle dell'Indo vengono fatte risalire dai testi tradizionalisti a circa 2500 anni prima della nostra era, ma la datazione è senza dubbio errata, come hanno potuto stabilire di recente, con ricerche più approfondite, studiosi pakistani, britannici, sovietici, statunitensi e tedeschi, concordi nell'affermare che la città di Mohenjo-Daro (le cui rovine si trovano nel Pakistan meridionale, tra Larkana e Kandiaro) era già sicuramente fiorente 5-6 mila anni or sono. Ce lo provano, tra l'altro, i chicchi di grano rinvenuti tra i ruderi, la cui età è stata stabilita e che, piantati, ci hanno dato, a distanza di tanti millenni, una sorta di frumento a noi assolutamente sconosciuta, dal potere nutritivo molto Le rovine della città di Mohenjo-Daro che, insieme con Harappa, costituì il nucleo vitale dell'antica civiltà della Valle dell'Indo superiore a quello delle varietà che vengono attualmente coltivate. Anche attraverso questo piccolo prodigio il pubblico è giunto a conoscere la città di Mohenjo-Daro, senza sapere che la scoperta delle sue rovine ha colmato una notevole lacuna archeologica, aprendo, nello stesso tempo, molti altri appassionanti interrogativi. Fino a poco più di mezzo secolo fa gli studiosi delle civiltà indiane si trovavano di fronte a una curiosa situazione: disponevano, cioè, di un testo a carattere filosofico-religioso, riferibile a un popolo di alta cultura e stilato circa quattromila anni or sono e secondo alcuni anche prima (il Rgveda, o 'Veda degli inni'), mentre non erano riusciti a rintracciare una sola opera d'arte, una sola costruzione anteriore al III secolo prima di Cristo. Fra questo periodo, posto già sotto l'influsso dell'arte persiana e greca, e il favoloso tempo del Rgveda non c'era che un grande punto interrogativo, reso ancora più sibillino da pochi, frammentari ritrovamenti: resti di mura, armi e suppellettili di bronzo, uno stranissimo sigillo con la rappresentazione di un ignoto animale cornuto e alcune parole in caratteri indecifrabili affiorato ad Harappa, nella cosiddetta 'Terra dei cinque fiumi', circa 200 chilometri a sudovest di Labore. Solo nel 1921 l'archeologo indiano Daya Harappa, con alcuni indovinati scavi condotti nel luogo che ora porta il suo nome, mise alla luce i resti di una città antichissima, i cui abitanti non conoscevano il ferro, servendosi (almeno a quanto risulta dai rinvenimenti) soltanto di strumenti di pietra e bronzo, ma avevano evidentemente raggiunto un alto grado di cultura, com'è dimostrato dai ruderi di una solida costruzione a cono tronco (si pensa a un silo) e da un torso maschile la cui perfezione è tale da sbalordire. Un anno dopo, altri archeologi indiani ricevettero l'incarico di disseppellire le rovine di un tempio buddista del II secolo d. C. su un'isoletta del fiume Indo, a 700 chilometri da Harappa, una formazione collinosa che gli indigeni chiamano Mohenjo-Daro, 'la collina dei morti'. Gli studiosi fecero effettuare i lavori del caso e, con loro grande sorpresa, videro affiorare sotto le mura del tempio un edificio ancora più antico, che rivelò poi particolari comuni a quelli della misteriosa 'civiltà di Harappa'. L'opera venne continuata dal governo pakistano e, condotta a termine, rivelò un'intera città di estensione notevole, dalle strade regolarissime, tutte disposte in senso nord-sud ed est-ovest. Questa città dev'essere stata abitata per millenni da un popolo di agricoltori e coloro che vi risiedettero debbono averla ricostruita chissà quante volte, facendola rinascere come una fenice dalle distruzioni operate forse dalla guerra, forse dalle inondazioni, forse da altri sconvolgimenti naturali. Organizzata secondo una geometria perfetta, la città comprendeva abitazioni, negozi ed edifici pubblici. Finora sono state scoperte sette città sotto le rovine di quella cui abbiamo accennato, la meno antica. E altre ancora si rinverrebbero, probabilmente, se si potessero continuare gli scavi, cosa impossibile, perché si è ormai giunti all'attuale livello dell'acqua.
Un particolare che ha subito colpito gli studiosi e in cui si rispecchia certo la struttura sociale dell'ignoto popolo di Harappa e di Mohenjo-Daro è rappresentato dall'assoluta assenza, in quest'ultimo centro, di costruzioni adibite a tempio o a reggia, come, di contro, si trovano in tutti gli agglomerati indiani delle antiche civiltà che ci sono note. Quello che perde in pompa, Mohenjo-Daro lo acquista in razionalità, tanto che solo oggi possiamo trovare centri paragonabili ai ruderi di quello pakistano. La costruzione più notevole è una piscina, un tempo coperta, con un bacino lungo 12 metri e largo 7, cui si accostano un bagno di vapore e un sistema di riscaldamento ad aria calda. La strada principale corre da nord a sud, ha una lunghezza di circa un chilometro (nei limiti, naturalmente, dell'ampiezza propria agli scavi effettuati) e una larghezza di 10 metri. Tutte le case sono costruite con mattoni simili ai nostri, a uno, due, forse tre piani, secondo una tecnica perfezionatissima: ogni abitazione possedeva il proprio impianto di acqua corrente, il proprio bagno, i propri servizi igienici, non solo al pianterreno, ma anche ai piani superiori, come dimostrano chiaramente le tubature. Il sistema di canalizzazione cittadino, poi, è tale che basta il giudizio degli esperti inglesi a definirlo: "Noi, oggi, non potremmo fare meglio!". Sotto ogni via corrono tubazioni e cloache, destinate, queste ultime, a raccogliere i rifiuti e l'acqua piovana, che deve essere stata assai copiosa. "Molti segni", scrive un archeologo tedesco, "ci lasciano dedurre che ai tempi in cui Mohenjo-Daro era all'apice della sua fortuna, regnava in queste regioni un clima assai più freddo e umido dell'attuale. Qui nel Sind, ad esempio, si usano ora quasi del tutto mattoni seccati all'aria, i quali rendono l'ambiente più fresco di quelli cotti. Inoltre,
in questa zona arida e diboscata, non sarebbe possibile mettere insieme una quantità di legna tale quale è stata usata per cuocere l'imponente numero di mattoni impiegatia Mohenjo-Daro".
In un finissimo vaso d'argento, che evidentemente fungeva da scrigno, era conservato un piccolo tesoro costituito da gemme, anelli, braccialetti, collane d'oro, d'argento e d'avorio. Un altro recipiente del genere conteneva i resti di un bel tessuto di cotone, i più antichi sinora scoperti. Com'è noto, troviamo le prime tracce della preziosa pianta tessile presso gli antichi americani mentre nel bacino del Mediterraneo fa la sua comparsa soltanto ai tempi di Alessandro il Grande (intorno al 300 a. C.); tuttavia il reperto di Mohenjo-Daro ci indica che la coltivazione del cotone doveva già essere diffusa nella Valle dell'Indo nel in millennio prima di Cristo. Come abbiamo detto, pare che gli abitanti di Harappa non conoscessero il ferro. Forse dovremmo scrivere "non lo conoscessero più", come sostengono alcuni, parlandoci di una catastrofe immane che si sarebbe abbattuta sulla zona. A metà strada fra Harappa e Mohenjo-Daro, là dove l'Indo riceve il Panjnad, infatti, sarebbero stati rinvenuti antichissimi oggetti metallici, fra cui un dado di ferro e una tazza di alluminio.
Usiamo il condizionale, poiché non ci possiamo pronunciare circa l'attendibilità di queste notizie, che abbiamo tratto da un periodico un po' precipitoso nei suoi giudizi e delle quali non abbiamo potuto ottenere conferma. Non ci sentiamo, d'altro canto, di passare la cosa sotto silenzio, perché anche in questo campo l'Asia è prodiga di sorprese. La famosa 'colonna di Kitub' a Delhi (la cui età non ha potuto ancora essere stabilita, sebbene si sappia essere superiore ai 4000 anni) è composta, ad esempio, di pezzi di ferro saldati o tenuti insieme in chissà quale altro modo, che, sebbene esposti a un clima caldo e umido e a tutte le intemperie, non danno segno di ruggine. Si tratta di ferro puro, che noi possiamo oggi produrre, mediante elettrolisi, solo in piccolissima quantità! Due enti scientifici statunitensi, del resto, lo 'Smithsonian Institute' e il 'Bureau of Standards', hanno portato alla luce oggetti sulla base dei quali si può affermare con certezza che 7000 anni fa alcuni popoli producevano acciaio in forni aventi una temperatura di 9000 gradi.
E non dimentichiamo che monete precristiane, come quelle coniate da Eutidemo II (222-187 a. C.), rè della Battriana, una terra ora appartenente all'Afghanistan, contengono chiare tracce di nichelio, un metallo che può venire estratto dai suoi minerali solo con complessi procedimenti. Nella tomba del generale cinese Chou C hi i (vissuto fra il 265 e il 316 d. C.) venne poi trovata, fra altri oggetti, una curiosa cintura che, sottoposta nel 1958 ad accurate analisi presso l'Istituto di fisica applicata dell'Accademia delle Scienze cinese, risultò composta per 1'85 per cento di alluminio, per il 10 per cento di rame e per il 5 per cento di manganese.

"Benché l'alluminio sia largamente diffuso sulla Terra", scrive in proposito la rivista francese Horizons, "è difficile da estrarre. Il procedimento elettrolitico, che è sinora il solo conosciuto per ricavare l'alluminio dalla bauxite, non è stato sviluppato che dopo il 1808. Il fatto che artigiani cinesi siano stati capaci di estrarre l'alluminio dalla bauxite 1600 anni fa rappresenta un'importante scoperta nella storia mondiale della metallurgia". A Mohenjo-Daro non mancano i giocattoli: statuette di animali di argilla, in parte con le teste movibili, altre figurine montate su ruote, carri in miniatura, fischietti a forma di uccello, dadi e pedine di un gioco che doveva certo essere eseguito su una specie di scacchiera. Grande perfezione aveva raggiunto l'allevamento del bestiame: gli zoologi ci dicono che il popolo sconosciuto disponeva di zebù, bovini di tipo europeo a corna corte, bufali, bisonti, altri bovini di una razza ora estinta, in specie altamente selezionate, come pure di cani e pecore di varie razze. Il cavallo pare essere stato sconosciuto, ma dai resti trovati nelle immediate vicinanze della città e risalenti a quell'epoca si potrebbe dedurre che le genti di Mohenjo-Daro erano giunte ad addomesticare non solo gli elefanti, ma anche i rinoceronti. E che sia possibile trattare in termini amichevoli con questi ultimi animali è stato scoperto (o, meglio, riscoperto) solo pochi anni fa, grazie alla moderna zoopsicologia. Il centro di Harappa è probabilmente molto più antico di quello che si trova sull'Indo ed entrambi (a dimostrarlo basterebbero le rovine delle sette città scoperte sull'isolotto) debbono essere considerati eredi di un vasto impero che raggiunse l'apice del suo fulgore migliala e migliala di anni prima. È infatti impossibile che una civiltà quale si rispecchia nei testi indiani abbia limitato la propria espansione a un raggio di un migliaio di chilometri. Teniamo presente che il Ramayana racconta, fra l'altro, un viaggio compiuto da Rama a bordo del suo vimana (un veicolo volante) su una zona che comprende almeno tutta l'India, visto che vi sono descritti i monti e i fiumi del nord e che la crociera si conclude in Sri Lanka (Ceylon).

Com'è sparita questa grande, ignota cultura? Nessuno può dirlo. Qualcuno ha affacciato l'ipotesi di un conflitto o di più conflitti conseguenti all'invasione da parte di altri popoli, ma essa non è sostenibile. In tutto si sono rinvenuti a Mohenjo-Daro 24 scheletri, solo due dei quali portano segni di ferite. Inoltre non vi sono tracce di distruzione nelle torri di guardia e nelle fortificazioni di cui Harappa e Mohenjo-Daro disponevano. D'altro canto, la popolazione non può nemmeno essere stata deportata ne avere sgombrato volontariamente e con calma i centri, dato che (come abbiamo visto) sono stati rinvenuti preziosi e suppellettili di vario genere. Qui non rimangono che considerazioni fantascientifiche, quelle suggerite dagli antichi testi indù che parlano di terribili armi ancora oggi irrealizzabili, capaci di disintegrare qualsiasi essere vivente. Ma è piuttosto difficile credervi.
Il mistero, dunque, rimane.
Per il testo e le figure consultare il link http://www.hwh22.it/xit/S18_clipeologia/valleindo.html
Pier
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pier



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MessaggioOggetto: Re: Storia -I veda e le civiltà della Valle dell'Indo   Sab Nov 07, 2009 10:01 am

Nel post del 6-11 09 “ Usate armi nucleari nella battaglia di Kurukshetra , nellla discussione “Il Vymanika-Shastra o “Scienza dell’Aeronautica", ho parlato della Guerra di Kurukshetra.

Vediamo ora di collocare dal punto di vista storico ,per quanto possibile ,questa guerra descritta nel Mahābhārata / Bhagavad Gita e le possibili motivazioni per cui potrebbe essere stata scritta la Bhagavad Gita .



Nel poema epico del Mahābhārata, Kurukshetra (lett. campo dei Kuru, noto anche come Dharmakshetra cioè campo della giustizia) fu la piana che costituì il campo di battaglia su cui fu combattuta una guerra tra due rami della dinastia dei Kuru; le due fazioni belligeranti erano i Pandava e i Kaurava. I Kaurava ingannarono i loro cugini attraverso un gioco ai dadi truccato, umiliandoli e costringendoli a tredici anni di esilio, di cui dodici da trascorrere nella foresta, ed uno in incognito; se i Pandava fossero stati catturati durante l’anno di esilio in incognito, avrebbero dovuto tornare in esilio per altri dodici anni. I Pandava riuscirono nella difficile impresa, ciononostante il maggiore dei fratelli Kaurava, Duryodhana, si rifiutò di consegnare il regno che spettava loro di diritto. Dopo svariati ma vani tentativi di fare ragionare i malvagi cugini, tra cui la visita di Krishna come ambasciatore dei Pandava nella capitale Hastinapura, non rimanendo possibili alternative, si arrivò a combattere la guerra.

La Bhagavad Gita è un poema sanscrito di circa 700 versi diviso in 18 canti, contenuto nel grande poema epico Mahābhārata.


BHAGAVAD GITA
Di Radhakrishnan, Sarvepalli (Tiruttani, Andhra Pradesh 1888 - Madras 1975) che è stato un filosofo e diplomatico indiano e presidente dell’India (1962-1967).
Introduzione storicaDal testo, di filosofia indiana di S. Radhakrishnan (La Filosofia Indiana, Ed. Asram Vidya), si desume che la Bhagavad Gita (Canto del Beato) è risalente al V - III sec. a.C., scritta in versi ein diciotto capitoli, di fondamentale contenuto filosofico-religioso, è compresa nell’opera epica del Mahabharata di più vasta portata di dimensioni e contenuti (etica sociale, diritto, storia dei popoli,ecc).
Il suo autore è Vyasa, compositore non solo della Gita e del Mahabharata, ma anche del Brama Sutra e dello Srimad Bhagavatam (tra i più importanti testi di devozione a Visnu e del Vedanta, unadelle sei maggiori filosofie indiane), ma anche compilatore degli stessi Veda, Upanishad e Bramana(i testi sacri per eccellenza degli Induisti, noti anche come Sruti o rivelazioni, tramandati oralmente per secoli).
L’argomento storico centrale dell’opera è la battaglia di Kuruksetra (zona geografica limitrofa alla città odierna di Dehli, nella valle del Gange), disputata tra gli eserciti delle famiglie ariane Kaurava e Pandava, realmente avvenuta intorno al XIII - X sec a.C.
Questo era il periodo in cui la civiltà ariana si introduceva nel subcontinente indiano, lo conquistavae si impadroniva di vasti territori, appartenuti in precedenza a tribù indigene, detentrici delle proprie civiltà e credi religiosi, basati sull’adorazione: della dea madre Durga , per alcuni anche Mumba (da cui il nome della città Mumbai) nell’ovest del continente, di Pasupati signore delle greggi (Shiva) al nord e al sud, del re non ariano Krisna all’ est.
Si pensa che Vyasa abbia composto quest’opera, in un’epoca storica in cui, l’autorità dei Veda e degli ariani, doveva essere realmente compromessa su diversi fronti. Le popolazioni già assoggettate, manifestavano una forte resistenza alla loro autorità, e altre fazioni oppositrici stavano sorgendo (le correnti nichiliste del Buddhismo e Jainismo; le filosofie: materialistica Carvaca, logica del Niyaya-Vaisheshika, ascetica dello Yoga).
In questa amalgama di credenze e insurrezioni politiche, si ipotizza che i dominatori, avessero
interesse a dar vita ad un nuovo testo sacro, che riassumesse le idee dei diversi fronti, cosicché, la nuova fonte di devozione divenisse l’artefice di unità popolare nazionale.

Si parla dunque del III secolo A.C. e questa data combacerebbe con quanto detto nel lilk http://www.hwh22.it/xit/S18_clipeologia/valleindo.html in quanto gli scienziati che hanno fatto degli scavi di Harappa e Mohenjo-Daro hanno dichiarato che “non erano riusciti a rintracciare una sola opera d'arte, una sola costruzione anteriore al III secolo prima di Cristo."
Pier

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MessaggioOggetto: Re: Storia -I veda e le civiltà della Valle dell'Indo   Mer Gen 13, 2010 3:50 pm

All'inizio del secolo scorso si credeva che gli ariani vedici avessero prodotto la prima grande civiltà in terra indiana. Poi si è scoperto che nella valle dell’Indo fu una civiltà urbana, organizzata e altamente sviluppata. Da principio la si ritenne una diretta propaggine della civiltà mesopotamica. Oggi sappiamo che nella valle dell’Indo si è avuta, a partire dal settimo millennio a. C., una continua ed autonoma evoluzione, dalla quale alla fine è derivata la civiltà della valle dell’Indo.

Purtroppo, la scrittura di questa civiltà non è stata ancora chiaramente decifrata, nonostante ciò c’è un importante punto di appoggio per la questione se le religioni indù abbiano conservato qualcosa dell’eredità della civiltà della valle dell’Indo. Vi compare cioè già la tipica posizione dello yoga indiano. Ci sono anche rappresentazione sceniche di episodi la cui formulazione letteraria è conservata nelle successive fonti indiane.

Questa civiltà è tramontata probabilmente 3.800 anni fa. Mentre un tempo si riteneva che la sua decadenza fosse stata causata dall’immigrazione ariana oggi si crede di sapere che il suo tramonto fu causato non da una guerra, ma da mutamenti climatici (terremoti, corsi d'acqua deviati come ad es. il Saraswati scomparso e insabbiato), e che gli ariani arrivarono solo dopo l’estinzione di questa civiltà.

Gli ariani arrivarono in ondate successive tra il 1700 e il 1200 a.C ed impiegarono altri duecento anni per estendersi; nel 1000 penetrarono lentamente verso Oriente, fino al bacino superiore del Gange.
Dagli ariani deriva indubbiamente la corrente principale della tradizione religiosa di tutte le grandi religioni indù ed innanzitutto la lingua sacra degli indù, il sanscrito.

Dagli ariani provengono i più antichi testi sacri indù, i Veda. La radice del termine significa conoscere; ci sono stati tramandati i nomi dei veggenti che hanno compilato i testi inni sacri. Nello stesso tempo è stata conservata l’idea che si tratti di rivelazioni eterne, senza principio, non prodotte ad un certo momento dagli dei e soltanto comunicate dai veggenti (rishi). Questi soo testi di autorità, e per la loro trasmissione tipicamente orale, vengono detti Sruti (Shruti), ciò che è stato udito.

La Parola divina è buona se la si comprende, ma opera anche senza che la si comprenda; i mantra, ad esempio, sono parole che aiutano il pensiero e la meditazione. A volte sono semplici sillabe che non presentano nessun significato, ma sono semplicemente degli strumenti per pensare. Secondo la fede degli indù i Mantra sono suoni che possiedono una particolare forza creativa a causa della loro origine sovrumana e della possibilità di sviluppo spirituale a essi inerente.

Nell'induismo si conoscono quattro raccolte di veda, Rigveda – Samaveda – Yajurveda – Atharvaveda, ognuna delle quali era assegnata a una determinata funzione sacerdotale, con lo scopo di armonizzare, (con l’aiuto di un rituale sacrificale esoterico), l’uomo con il suo ambiente, il microcosmo e il macrocosmo
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MessaggioOggetto: Re: Storia -I veda e le civiltà della Valle dell'Indo   Oggi a 7:35 am

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