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 Coma e coscienza

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pier



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MessaggioOggetto: Coma e coscienza   Ven Feb 05, 2010 7:01 pm



Pazienti in stato vegetativo possono comunicare.

Pubblicato da giorgiobertin su febbraio 5, 2010
Un’equipe di ricercatori medici capitanati da Adrian Owen, del Medical Research Council di Cambridge, è riuscita ad entrare in contatto con la mente di un uomo in stato vegetativo e a comunicare con lui.
I ricercatori hanno usato una tecnica di scanning cerebrale, la risonanza magnetica funzionale, per dimostrare che l’uomo, che nel 2003 subì un grave trauma al cervello a causa di un incidente stradale, era in grado di rispondere “si” o “no” alle domande che gli venivano poste, modificando intenzionalmente la sua attività cerebrale.

L’uomo, che ora ha 29 anni, è uno dei 23 pazienti in stato vegetativo sottoposti a risonanza magnetica funzionale, quattro dei quali — hanno scritto i ricercatori nello studio pubblicato sul New England Journal of Medicine — hanno dato segni di coscienza.
“La tecnica dell’fMRI – ha dichiarato Steven Laureys, professore all’Università di Liegi – potrebbe inoltre permettere ai pazienti di esprimete i propri sentimenti e rispondere da soli a domande difficili come quelle sull’eutanasia”.

Da Sole 24 ore del 5-2 -2010
Lo studio che analizza mediante risonanza magnetica funzionale l'attività cerebrale di 23 pazienti in stato vegetativo, e di 31 in stato di coscienza minima è importante sotto diversi aspetti. In primo luogo, ha confermato che nel cervello di una persona a cui viene diagnosticata la mancanza di coscienza, ovvero si trova in stato vegetativo, ci sono alcune aree che possono attivarsi a fronte di stimoli esterni. In secondo luogo, lo studio ha dimostrato, per la prima volta, che un paziente in stato vegetativo può modulare l'attività cerebrale per comunicare con gli sperimentatori. Si è anche visto che quasi tutti i pazienti con stato di coscienza minima non riuscivano a eseguire i compiti richiesti dagli sperimentatori. Le ricadute pratiche dello studio, e di altri che seguiranno, riguarderanno la possibilità di migliorare le diagnosi di queste condizioni neurologiche, che sono così difficili, soprattutto per quanto riguarda il grado di affidabilità delle risposte di questi pazienti alle indagini per stabilire in che misura alcuni comportamenti sono semplicemente dei riflessi o sono atti volontari. Se e quando fosse possibile addestrare un paziente a comunicare attraverso la modulazione volontaria del cervello, si potrebbero avere informazioni su ciò che egli prova in quello stato, nonché coinvolgerlo in prima persona in decisione cliniche che lo riguardano.
Lo studio tende anche a confermare quanto previsto da alcune teorie della coscienza, e in questo senso è poco rassicurante. Se, come pensano alcuni neuroscienziati, la coscienza non è un'attività che c'è o non c'è, ma qualcosa che cambia qualitativamente in funzione dei gradi di integrazione di diverse e specifiche aree del cervello che si scambiano segnali, allora i traumi cerebrali che disintegrano le connessioni riducono la qualità della coscienza personale. E tale riduzione dipende dall'entità del danno. E la domanda diventa: che cosa vuol dire essere privi di un grado di coscienza che consente di interagire col mondo esterno, ma permette di rispondere anche intenzionalmente a qualche stimolo? Questo nessuno lo sa. Così come nessuno può negare che questo stato possa costituire una sofferenza, che peraltro non ci si preoccupa di alleviare perché il senso comune assume che se non c'è coscienza, non c'è dolore. Ebbene, proviamo a pensare a quello che ognuno di noi sperimenta quando viene svegliato all'improvviso da un sonno profondo. Il tempo che il cervello impiega a integrare i segnali per renderci consapevoli di dove ci troviamo e di quello che dobbiamo dire o fare è circa 20-30 secondi. In quel frangente non sappiamo dove ci troviamo e persino chi siamo, nonché proviamo un intenso panico per il senso di spaesamento. Fosse mai che gli stati di disintegrazione della coscienza, che cominciano a essere portati alla luce dalle neuroscienze producessero qualcosa del genere, bisognerebbe ripensare l'atteggiamento che sta prevalendo in Italia rispetto alle direttive anticipate. Perché obbligare una persona in stato vegetativo a rimanere biologicamente in vita attraverso l'idratazione e alimentazione artificiali, che secondo la legge in discussione non possono essere rifiutate, potrebbe significare condannarla a una tortura infernale.
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