Fisica ...tra Scienza e Mistero (Universo,Energia,Mente e Materia)

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 Ricordi da pendrive/6

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Nikita Marchese Strano



Numero di messaggi : 29
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Data d'iscrizione : 30.08.10

MessaggioOggetto: Ricordi da pendrive/6   Mar Set 07, 2010 10:44 am

martedì 27 settembre 2005.

Forse mi sono sbagliata: il tempo non esiste, né assoluto né relativo!
Forse ciò che noi percepiamo come tempo e spazio non è altro che il risultato di una mistificazione che ha origine in quella che noi chiamiamo mente.
Cioè il risultato di una elaborazione continua di infiniti foto-sono-grammi: infiniti segmenti di tempo che scorrono in infiniti segmenti di spazio percorso, che si susseguono (rispetto a un punto fisso che è il nostro io percettivo) dandoci l’illusione perfetta di una continuità fisica che, in realtà, è fissata in eventi logici da qualcosa di trascendentale che presiede ogni nostro processo cognitivo e che possiamo definire coscienza o incoscienza.
Anche se non sempre riesco ad afferrare il significato profondo e vero di questo fenomeno, provo a dare la mia definizione.
(mi sento come un neurone costretto a scaricare ogni suo quantum di informazione sotto l’occhio imperscrutabile del divino intel”Lettore”) comincio a sentirmi nervosa!…
Da dove origina questo particolare ordine del flusso di vocaboli che rappresentano tutto il mio mondo quando voglio definire questa astrazione che è il mio pensiero?
E dove è collocato esattamente questo IO (più o meno cosciente) che genera tale flusso di entità logiche che definiamo pensiero o intelligenza, di cosa è composto veramente?
È il cervello il vero dante causa di tutto ciò che percepiamo, quindi viviamo, e il pensiero una naturale conseguenza dell’interazione dei sofisticatissimi processi logici che originano dall’elaborazione simultanea di un numero intollerabilmente grande di stimoli, in grado di ricostruire (in uno spazio virtuale che non so meglio definire se non forse “mente”…) l’insieme delle sensazioni sotto forma di unità discrete, continue e conseguenti di esistenza?
Di fatto il mondo è davvero il risultato di originali e personalissime visioni????

Venerdi 30 settembre 05

Nel pianeta del 100% di probabilità, si aggirava solitaria Una che cercava una ragione vera su un fastastilione come un ago in un pagliaio.
Non riusciva a capacitarsi perché le era toccata tanta malasorte, cioè percepire di essere Una che in ogni istante poteva essere Una-Altra, tra le rimanenti 99 che invece non poteva essere.
Davvero l’esistenza si riduceva all’incalzare della probabilità che, in un dato istante, tutte le componenti micro e macroscopiche di ciò che percepiva come il suo corpo ed il suo Se (ma anche di tutto ciò che percepiva come “altro” da Se), simultaneamente decadessero in quell’unica variabile, quell’imbuto o filtro di probabilità (ah! Cantor… Cantor dei miei infiniti!…) che era il suo esclusivo percorso spazio-temporale (presente solo in minima parte alla sua coscienza, come la punta visibile di un iceberg che nasconda la sua maggiore massa sotto la linea di galleggiamento), cioè tutta la memoria della sua vita?
Davvero tutto ciò che le era percettibile o impercettibile era solo il frutto di un imperativo bisogno di manifestazione di una “creazione continua” da parte di insondabili ed imperscrutabili energie che permeavano e sostanziavano tutto l’universo a lei conosciuto o sconosciuto?
E, non le era di alcun aiuto pensare che solo la sua volontà o libero arbitrio poteva fungere da chiave, talvolta da grimaldello, per saltare da una probabilità all’altra quindi cambiare percorso e il filtro di coscienza associato a quell’esclusivo percorso, quindi cambiare lo svolgersi della sua esistenza.


venerdì 14 ottobre 2005
(riflessioni con A. Wheelis: psichiatra)
Noi veniamo all’essere sotto forma di un minuscolo rigonfiamento all’estremità di un lungo microscopico filo. Le cellule proliferano, diventano un’escrescenza, assumono la forma di un uomo. L’estremità del filo ora giace sepolta lì dentro, protetta, inviolata. Il nostro compito è di portarlo innanzi, di tramandarlo. Fioriamo per un breve momento, intrecciamo qualche danza, qualche canzone, accantoniamo qualche ricordo che vorremmo scolpire sulla pietra, poi avvizziamo, la nostra forma decade e scompare. L’estremità del filo è ora nei nostri figli, si prolunga all’indietro attraverso di noi, ininterrotta, fin nelle profondità insondabili del passato. Su di esso sono comparsi innumerevoli rigonfiamenti, che sono fioriti e poi avvizziti come ora avvizziamo noi. Nulla rimane se non la linea germinatrice. Ciò che cambia per produrre strutture nuove con l’evolversi della vita non è l’escrescenza momentanea, bensì le disposizioni ereditarie contenute in quel filo.
Noi siamo portatori dello spirito. Non sappiamo né come né perché né dove. Portiamo tutto il suo peso sulle nostre spalle, nei nostri occhi, nelle mani angosciate muovendo per regni brumosi verso un futuro sconosciuto, inconoscibile e in eterna creazione. Esso dipende interamente da noi, eppure non lo conosciamo. Lo facciamo avanzare lentamente con ogni battito del nostro cuore, gli dedichiamo il lavoro delle mani e della mente. Vacilliamo, lo passiamo ai nostri figli, posiamo le nostre ossa, veniamo meno, perduti, dimenticati. Lo spirito procede, ingrandito, arricchito, più strano, più complesso.
Veniamo usati. Non dovremmo sapere al servizio di chi? A chi, a che cosa diamo inconsapevolmente la nostra lealtà? Che cos’è questa ricerca? Oltre a ciò che abbiamo, cosa potremmo volere? Che cos’è lo spirito?
Un fiume o una roccia, scrive Jaques Monod, “sappiamo o crediamo che siano stati modellati dal libero gioco di forze fisiche alle quali non possiamo attribuire alcun disegno, alcun ‘progetto’ o scopo. Non possiamo, cioè, se accettiamo il postulato fondamentale del metodo scientifico, ossia che la natura è ‘oggettiva’ e non ‘proiettiva”.
Questo postulato fondamentale esercita una possente attrazione. Ricordiamo infatti il tempo, non più di alcune generazioni fa, in cui sembrava evidente il contrario: che la roccia ‘volesse’ cadere, il fiume ‘volesse’ cantare o infuriare. Spiriti dotati di volontà percorrevano l’universo e piegavano la natura al loro capriccio. E sappiamo quanto abbiamo guadagnato in comprensione e in controllo adottando un punto di vista secondo il quale gli eventi e gli oggetti naturali non hanno né scopi né intenzioni. La roccia non ‘vuole’ nulla, il vulcano non persegue alcun fine, il fiume non desidera il mare, il vento non cerca alcuna meta.
Ma esiste un’altra concezione. L’animismo del primitivo non è l’unica alternativa all’oggettività scientifica. Questa oggettività può essere valida per i periodi di tempo coi quali abbiamo a che fare di solito, ma non può essere vera per periodi di durata enormemente maggiore. La proposizione che la luce si sposta in linea retta, senza essere influenzata dalle masse vicine, ci è utile quando dobbiamo fare una mappa della nostra fattoria, ma provoca errori nella rappresentazione di galassie remote. Allo stesso modo la proposizione che la natura, ciò che è “là fuori”, è senza scopo ci è utile se i nostri rapporti con la natura sono di giorni, di anni o di generazioni umane, ma può ingannarci sulle pianure dell’eternità.
Lo spirito sorge, la materia cade. Lo spirito si leva come una fiamma, slancio di un danzatore. Dal vuoto esso crea la forma come un ‘dio’, è dio. Lo spirito era fin dall’inizio, anche se quel principio è stato forse la fine di qualche ‘inizio’ precedente. Se guardiamo abbastanza indietro, arriviamo a una nebbia primordiale in cui lo spirito è solo un’irrequietezza di atomi, il fremito di qualcosa che non vuole restare nell’immobilità e nel freddo.
La materia vorrebbe l’universo come una dispersione uniforme, immota, completa. Lo spirito vuole una terra, un cielo e un inferno, turbine e conflitto, un sole incandescente per cacciare le tenebre, per illuminare il bene e il male, vuole il pensiero, la memoria, il desiderio, vuole costruire una scala di forme di complessità e di comprensività crescenti, fino a un cielo lassù che sempre arretra, che sempre cambia forma e che, una volta raggiunto, diventa la strada per cieli sempre più lontani, l’ultimo… ma non esiste un ultimo, poiché lo spirito tende verso l’alto senza fine, erra, vortica, si tuffa, ma tende sempre verso l’alto, usando senza misericordia forme inferiori per crearne di superiori, procedendo verso una sempre maggiore interiorità, coscienza, spontaneità, verso una libertà sempre più grande.
Le particelle si animano. Lo spirito si stacca con un balzo dalla materia che sempre lo tira per trascinarlo giù, per immobilizzarlo. Creature minuscole si agitano nei tiepidi oceani. Sempre più complesse diventano le piccolissime forme che racchiudono per un momento uno spirito ansioso di ricerca. Si avvicinano, si toccano; lo spirito comincia a creare l’amore. Si toccano: qualcosa passa. Muoiono, muoiono, muoiono senza fine. Chi saprà mai le procreazioni nei fiumi del nostro passato? Chi conterà i pesci danzanti sulle spiagge degli antichi mari? Chi udrà il battito mai udito di quella risacca? Chi piangerà i conigli delle pianure, le morbide maree suicide di lemming? Muoiono, muoiono, muoiono, ma hanno toccato e qualcosa passa. Lo spirito balza via, creando incessantemente corpi nuovi, ricettacoli sempre più complessi che portino avanti lo ‘spirito’, lo passino ingrandito a coloro che seguono.
I virus diventano batteri, diventano alghe, diventano felci. L’impeto dello spirito spezza la pietra, spinge in alto l’abete odoroso. L’ameba protende morbidi accenni di braccia in moto instancabile per scoprire il mondo, per conoscerlo meglio, per attirarlo in sé, e così ingrandisce, e continua la sua ricerca, sempre più aperta allo spirito. L’anemone diventa calamaro, diventa pesce; lo scodinzolamento diventa nuoto, diventa strisciare; il pesce diventa lumaca, diventa lucertola; lo strisciare diventa cammino, diventa corsa, diventa volo. Le cose viventi si protendono l’una verso l’altra, lo spirito balza tra di loro. Il tropismo diventa fiuto, diventa fascino, diventa concupiscenza, diventa amore. Dalla lucertola alla volpe alla scimmia all’uomo, con uno sguardo, con una parola noi ci attiriamo, ci tocchiamo, moriamo, serviamo lo spirito senza saperlo, lo portiamo innanzi, lo tramandiamo. Sempre più alato, questo spirito, sempre più grandi i suoi balzi. Amiamo qualcuno che è molto lontano, qualcuno che è morto tanto tempo fa.
“L’uomo è il vaso dello spirito” scrive Erich Heller. “…Lo spirito è il viandante che, passando per la contrada dell’uomo, ordina all’anima umana di seguirlo verso la destinazione puramente spirituale dello Spirito”.
Se lo si osserva da vicino, si vede che il cammino dello spirito è tortuoso, è il luccichio lasciato da una chiocciola nella foresta notturna; ma dall’alto le sinuosità si fondono in un corso regolare e continuo. L’uomo ha raggiunto un’altura dalla quale può volgersi indietro a guardare. Per migliaia di anni la vista è sgombra e al di là, nonostante la foschia, per altre migliaia di anni si vedono molte cose. L’orizzonte è milioni, miliardi di anni dietro di noi. Oltre i meandri errabondi della nostra ultima marcia, si stende un sentiero splendente che corre diritto attraverso quella vasta distesa. Non è stato l’uomo a cominciarlo né sarà lui a compierlo, ma è lui che lo traccia, ora, che trova i valichi, taglia i canali. Di chi è la via che facciamo avanzare in questa maniera? Non è dell’uomo poiché vi è contenuta la nostra prima impronta. Non è della vita, poiché quando la vita non era ancora il sentiero c’era già.
Il viaggiatore è lo spirito: ora esso passa attraverso il regno dell’uomo. Non creammo noi lo spirito, non lo possediamo, non possiamo definirlo, ne siamo solo i portatori. Lo raccogliamo da forme dimenticate e incompiante, lo portiamo per la durata della nostra vita, lo tramanderemo, aumentato o diminuito, a coloro che seguiranno. Lo spirito è il viandante, l’uomo è il vaso.
Lo spirito crea, lo spirito distrugge. La creazione senza distruzione non è possibile; la distruzione senza creazione si alimenta della creazione passata, riduce la forma alla materia, tende all’immobilità. Lo spirito crea più di quanto non distrugga (anche se non in tutte le stagioni e neppure in tutte le epoche: ecco il perché di quei meandri, di quei ritorni nei quali il desiderio d’immobilità della materia trionfa nella distruzione) e questa preponderanza della creazione determina la continuità complessiva del corso.
Dalla primordiale nebbia della materia fino alle galassie a spirale e ai sistemi solari precisi come un meccanismo, dalla roccia fusa fino a un pianeta di aria terra acqua e fuoco, dalla pesantezza alla leggerezza e alla vita, dalla sensazione alla percezione, dalla memoria alla coscienza; ora l’uomo regge uno specchio e lo spirito contempla se stesso. In seno al fiume tornano indietro le correnti, turbinano mulinelli. Il fiume stesso esita, scompare, riemerge, procede. il corso generale è la crescita della forma, consapevolezza crescente, dalla materia alla mente alla coscienza. l’armonia tra uomo e natura la si trova nel proseguimento di questo viaggio lungo il suo antico corso, verso una libertà e una coscienza più ampie.

mercoledì 26 ottobre 2005

Stavo facendo i miei soliti esercizi mentali… cioè libere associazioni tra immagini e parole simbolo di immagini… cioè mi viene in mente una parola: mettiamo rosa! la fermo nelle sinapsi, raccatto ogni memoria relativa e la rappresento nel mio visore interiore. In una frazione di secondo ogni frammento di ogni qualità ed ogni tonalità di rosa di cui permane un più o meno labile ricordo nelle più antiche o più recenti memorie, di ogni rosa contemplata e odorata che i miei sensi riescono a riesumare in quel compattatore universale di tutti i miei “compilatori” mentali mi sovviene e mi stordisce con la ricchezza dei particolari e della pura bellezza che tali immagini rievocano.

Giovedì 03 novembre ’05

Io sono…io non sono…
Io sono quando ho coscienza di essere e non sono quando non ne ho. L’unica cosa che può distogliere la nostra consapevolezza dall’essere è l’azione, qualunque essa sia.
Finchè pensiamo soltanto tutto è possibile in una sconvolgente sovrapposizione di stati “possibili”.
Una volta passati all’azione, anche solo intellettuale, qualcosa nell’universo si modifica ed è modificato per sempre – cioè è esistito in questa diramazione della funzione d’onda universale – e nello stesso attimo in cui l’evento si è verificato è subito sparito e sopravvive nella nostra mente soltanto sottoforma di ricordo, ergo: siamo solo le memorie viventi di noi stessi e tutto questo lo definiamo coscienza. I libri sono solo diramazioni della funzione d’onda universale esplicata dalla coscienza di chi li scrive.
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