Fisica ...tra Scienza e Mistero (Universo,Energia,Mente e Materia)

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 LETTERA_FISICA ...TRA SCIENZA E MISTERO

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AutoreMessaggio
Nikita Marchese Strano



Numero di messaggi : 29
Età : 62
Localisation : Palermo
Data d'iscrizione : 30.08.10

MessaggioOggetto: LETTERA_FISICA ...TRA SCIENZA E MISTERO   Ven Set 03, 2010 12:51 pm

INNANZITUTTO BUON GIORNO A TUTTI, RAGAZZI...
QUI A PALERMO UN PO'... "DI VENTO DI SCIROCCO SCOMPIGLIA LE ONDE CEREBRALI"... DEI CITTADINI: LE ONDE ALFA E BETA DECADONO IN TETA E TUTTI INTORNO A ME HANNO UNA STRANA VOGLIA DI DORMIRE. MA IO, CHE OGNI TANTO UTILIZZO LE ONDE GAMMA, HO PENSATO DI FARVI UN REGALINO...
SE POTETE VEDETELI IN PROFONDO STATO DI RILASSAMENTO (SPECIE IL SECONDO), PER ME E' RISULTATO UTILISSIMO...
VI ABBRACCIO TUTTI - NIKITA

http://www.youtube.com/watch?v=YcgNJ7cgDVs
http://www.youtube.com/watch?v=W6s135ACZMo

PS: QUESTO INVECE E' UN LIBRETTINO DI POCHE PAGINE CHE FORSE VI PIACERA' - PARLA DI TRANSURFING NELLO SPAZIO DELLE VARIANTI...
http://www.macrolibrarsi.org/ebooks/promozionale_varianti.pdf

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24/01/2006
“A” come amicizia.

Spesso l’amicizia, come l’amore, nasce da una sorta di malattia interiore, ovvero da un “bisogno” di un ritorno di immagine inter-relazionale che, in quanto tale, assolve a un mero compito di rassicurazione nel sentirsi “accettato” dagli altri, quindi “stimato”.
Più spesso gli amici, reali o presunti, ci servono come specchi davanti ai quali confrontarci, onde ottenerne approvazione o riprovazione (e allora ci aggradano assai meno!).
Ancora più raramente l’amicizia è disinteressata, cioè fine a se stessa, ovvero non costituisce una sorta di polizza sociale per preservarci dalla nostra solitudine e cronica insicurezza, oppure un perfetto alibi alla nostra congenita insufficienza. E qui potrei elencare tutta la serie delle nostre carenze; mi limito ad evidenziarne solo qualcuna: carenza di personalità, di auto-stima, di auto-determinazione e di tutti gli altri auto-non-so-cchè, presupposti fondamentali per il concretizzarsi di una amicizia che abbia un qualche requisito minimo di sincerità.
Non ho mai amato pontificare. Se mi esprimo in questi termini è perché nello svolgersi della mia esistenza, abbastanza travagliata, mi sono ritrovata e mi ritrovo costantemente di fronte a tale duplice aspetto di questo sentimento.
Ho avuto ed ho, invero, pochissimi “veri amici”, tutti occasionali e, paradossalmente, l’espressione sincera del nostro reciproco sentimento è inversamente proporzionale alla quantità di tempo che siamo stati disposti a concederci a vicenda. Mi spiego:
- tali persone rappresentano per me soltanto “se stesse”, con tutti i loro pregi e difetti, quindi accettandole così come sono escludo a priori l’eventuale strumentalizzazione reciproca. Vado oltre:
- per me il vero amico è quello più “assente” perché più è assente più rimane distaccato dalle nostre quotidianeità, così da potere mantenere un dialogo dilazionato in una sorta di dimensione a-temporale, non inquinata dalle inevitabili banalità che dalla quotidianeità scaturiscono.
Può sembrare incomprensibile, ma solo perché non riusciamo ad accettare il fatto che la vera amicizia è quasi sempre accidentale o incidentale alle nostre vite, è un dono gratuito dell’esistenza sempre disinteressato e quasi mai sappiamo riconoscerlo come tale, tesi come siamo nella trasformazione di ogni cosa anche dei sentimenti a un mero strumento da potere utilizzare se e quando ci fa comodo.
Per questo i miei più veri amici quasi non li conosco, perché in una certa coordinata spazio-temporale della mia vita ho donato e ricevuto da loro qualcosa di prezioso e gratificante, per il puro piacere di scambiare senza mai sentirmi in credito o in debito. Non puoi definire o quantificare un dono gratuito senza svilirlo di ogni reale significato!
A tali fortuiti personaggi ho affidato frammenti della mia esistenza, semi di un messaggio universale da utilizzare o non utilizzare a piacimento, senza imposizioni di sorta o, da potere ulteriormente regalare a chicchessia. Quando regali qualcosa non ti appartiene più. Ti rimane solo la memoria di avere attraversato per un attimo un’altra esistenza tanto simile alla tua da sentirti in quei momenti meno solo.
Per un principio di reciprocità, tale scambio dovrebbe essere bilaterale ma quasi mai un impulso sincero segue le leggi della contemporaneità, piuttosto si dona “a fondo-perduto” ed io, forse più sensibile alla sincerità che ad altri sentimenti, preferisco di più donare che ricevere e quando do qualcosa cerco di farlo con tutta me stessa, senza risparmiare niente e senza nulla pretendere e, soprattutto, senza mai nulla rimpiangere. Solo misurando la consapevolezza della mia spontaneità disinteressata mi sento appagata.
Viceversa, quante cosiddette “amicizie sincere” non rispondono ad un nostro egoistico sentimento di infantile sopraffazione o peggio di becero calcolo utilitaristico e peggio ancora di ricerca dell’effimero piacere, del brillare in qualche modo anche solo per un attimo su qualcuno che, in fondo in fondo, riteniamo un po’ inferiore a noi. Pretendiamo dall’”amico” tutte le attenzioni e spesso ci congratuliamo con noi stessi per sentirci reciprocamente così attratti, così essenziali, così indispensabili senza mai accorgerci di volere creare solo una reciproca “dipendenza” solo nell’illusione di sentirci utili a “qualcuno” o peggio ancora a “qualcosa”.
Talmente ci facciamo prendere dal terrore della consapevolezza delle nostre nude solitudini, dei nostri cosmici vuoti interiori, da tentare di esorcizzarli attraverso i riti sterili di “tante” pseudo amicizie sempre meno sentite, sempre più tollerate in nome di un malinteso senso di “normalità” (IO sono, IO esisto se ed in quanto esisto per qualcun altro, no?).
Non riuscendo a contare qualcosa per noi stessi ci riteniamo capaci di contare qualcosa per gli altri e in questo specchio riflettiamo le nostre “incomparabili doti”, più spesso le nostre più risibili miserie, riuscendo a trasformarci in ridicole maschere di noi stessi pericolosamente in bilico tra il calcolo di saper gestire un gioco ben dosato di “dare e avere” di “costi e ricavi” e la presunzione di potere interrompere il medesimo gioco al minimo segno di cedimento dell’altro.
Calati come siamo in un perfetto pressappochismo non ci rendiamo conto di attribuire agli altri i nostri fallimenti, le nostre pochezze, le nostre piccole e grandi viltà. Invece ci crediamo esseri “superiori”, talmente superiori da potere dispensare buonsenso e “utili” consigli spesso in un delirio di verità assolute, mai relative, proiettando sull’altro un’ombra di saggezza “virtuale”, sotto cui offrire un fittizio calore e riparo.
Quello che dovrebbe essere un sincero dialogo, una disinteressata disponibilità, in realtà risulta essere un palcoscenico sul quale esibire il nostro unilaterale, mostruoso EGO-ismo, padre di tutti gli “ismi”, che non tiene conto delle esigenze reali dell’altro e mentre fingiamo con grande dissimulazione di partecipare “realmente” ai suoi problemi, non facciamo altro che blaterarci addosso, dialogare con noi stessi senza trasmettere nulla di realmente utile all’altro anzi! sperando che la faccia finita al più presto, strattonandolo e spingendolo sempre più nell’angolo della sua propria “volontaria” insufficienza, poverino!
Mai però poniamo in essere reali misure di aiuto e compartecipazione. Semmai ci limitiamo a compatirlo:…”eh mio caro, ognuno ha i suoi problemi!”…
E dopo averlo così “gentilmente” assassinato, ci ritiriamo in altri palcoscenici della nostra vita, paghi della nostra magnanimità…
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25/01/2007
“A” come amore_”O” come odio_”S” come solitudine.

LETTERA A UN AMICO...

Ti sei lamentato con me dell’equivoco che ci sarebbe da parte di alcuni familiari nei tuoi confronti, ovvero, se non ho capito male dell’impossibilità di un franco dialogo che possa stabilire una visione più realistica di ciò che tu sei, o di ciò che gli altri sono rispetto a te, ed il modo reciproco di percepire questi rapporti.
Però, ad ogni tentativo di approfondire tale argomento sempre sei fuggito, anzi ti sei rifugiato in un monolitico, diplomatico silenzio. Un silenzio io ritengo solo dimostrativo, tant’è che ho potuto sempre percepirne il sottostante carico di parole terribili, di furore malcelato e, talvolta, di rabbia così cieca e viscerale da temere di distruggere con un solo sguardo chi ritieni sia, o sia stata, la causa delle tue frustrazioni, della tua solitudine.
Io posso parlarti così perché credo di conoscere bene gli itinerari ed i passaggi che possono portare una persona a credere che ciò che si è, o si è diventati, non è imputabile ad un naturale processo di crescita, bensì al risultato di una forzatura, una stortura dei comportamenti di chi ti ha circondato, nel bene e nel male, e cioè ad una loro certa presunzione di potere condizionare la tua vita, in nome di un malinteso senso di amore o di odio.
Perché vedi: per me l’odio come l’amore (nel senso più prosaico del termine) - quando non originano da una reale consapevolezza dei bersagli cui sono mirati - bensì dalla sublimazione delle nostre percezioni, fondate sull’errato presupposto dell’”IDEA” che “NOI” ci facciamo degli altri – sono solo due definizioni, o meglio due risvolti emotivi della stessa, grandissima mistificazione, una sorta di “malattia interiore” in cui volontariamente ci cacciamo, nel tentativo di proteggerci dalla nostra congenita insufficienza a “comprendere”, nonché da tutta una serie di carenze di personalità (nel senso di una crescita incompiuta) con cui tutti, prima o poi, dobbiamo fare i conti. Carenza di autostima, di autodeterminazione e di tutti gli auto-non-so-chè ti portano sempre su una falsa strada (come più volte detto!). Alla fine ti chiudi in te stesso reputandoti un “diverso” e come tale non c’è spazio per alcun confronto con gli altri. Essendo un “diverso” chi mai potrà essere dotato di quella sovrannaturale facoltà di comprensione da poterti capire? – Ti crogioli nella tua unica, irripetibile, irrimediabile “diversità” e ti accorgi di essere solo. Sono specialista in questo campo per questo voglio raccontarti come la vedo io!
Esistono due tipi di solitudine: quella che nasce dall’idea della mancanza di amore o dall’abbandono (o presunto tale) da parte degli altri che è la più sterile in quanto difficilmente riusciremo a liberarcene, incapaci di risalire alle cause ed effetti primari che hanno determinato lo svolgersi della nostra esistenza. Non sappiamo assistere da spettatori distaccati allo svolgersi all’indietro di ogni fotogramma della pellicola della nostra vita fino a risalire a quel fatale fotogramma in cui, per la primissima volta, operammo una scelta autonoma, cioè non “adulterata” da nessun fattore esterno alla nostra volontà. Né, per forza di cose, potremo mai risalire ai momenti cruciali che hanno determinato da parte nostra l’evolversi delle altrui esistenze, in un senso piuttosto che in un altro.
E’ curioso! Nonostante l’importanza capitale di tale evento tutti gli esseri umani ne perdiamo la memoria, almeno io non ho mai incontrato nessuno che abbia saputo ricordarsi del momento esatto in cui operò la sua “prima” scelta. In questo senso ognuno è l’archivio imperscrutabile di se stesso! Cerchiamo per un attimo di inquadrare meglio “tale momento” e forse ci renderemo conto della incisività con cui ha segnato la nostra vita.
In ognuno di noi deve esserci stato un momento in cui abbiamo “saputo”, di fronte a diverse possibilità, di avere operato una scelta cruciale, ovvero di agire liberamente secondo la nostra personale coscienza oppure lasciandoci condizionare dalle coscienze altrui. In quel momento, anche se inconsapevolmente, “sapevamo” che scegliendo indifferentemente “A” o “B” l’esito della nostra scelta sarebbe stato irreversibile ed in quanto tale, a posteriori, possiamo capire come abbiamo lasciato evolvere la nostra esistenza in un senso piuttosto che in un altro. Se tale “nostra primissima scelta” è stata determinata dall’esercizio del nostro libero arbitrio (che non sempre è così malvagio o inaffidabile!) sicuramente tutte le scelte seguenti saranno caratterizzate dall’esercizio di una certa capacità di “giudizio critico”.
Stabiliamo così un equilibrio tra il famoso SE e il FUORI DI SE, ovvero assumiamo quei personalissimi connotati che forgiano la nostra personalità rispetto alle altre. In ciò, quasi automaticamente, vengono a cadere quelle insicurezze, talvolta vere e proprie paure (se non fobie) di relazionarci con gli altri. Insomma! Ci sentiamo alla pari e quindi in grado di sostenere le nostre idee in qualsiasi confronto. Sicuramente la nostra esistenza potrà essere travagliata ma, consci del nostro relativo equilibrio, difficilmente ci sentiremo soli.
C’è poi una solitudine che nasce da una scelta personale che, in quanto consapevole, può trasformarsi in una occasione unica per cercare di conoscere meglio noi stessi, ovvero: chi siamo, cosa veramente vogliamo, in cosa veramente crediamo e tutto ciò che normalmente – presi come siamo dal delirio di rapportarci ad ogni costo agli altri e negli altri confonderci per “sentirci meno soli”- non riusciamo a focalizzare, anzi! Ci fa paura doverci chiedere nel timore che il non avere una risposta pronta per ognuno dei nostri perché ci ponga di fronte a tutta la nostra impotenza, potrei dire ignoranza! sferrando così un colpo mortale a quel gigantesco nostro IO presuntuoso che invece “crede” di avere una risposta per ogni cosa.
Personalmente, devo dire che le sensazioni più belle che abbia mai provato si sono concretizzate sempre in uno stato di estrema solitudine. E non credo che ciò possa configurarsi come misantropia. Infatti, nella maggior parte di queste occasioni io mi sono ritrovata in compagnia di altri, pur essendo completamente sola con me stessa nell’elaborazione delle mie percezioni. Io credo che questo stato di coscienza sia comune a tutta l’umanità. Non è forse vero che la gioia, come il dolore, sono stati della coscienza talmente labili ed intangibili da non potere essere definibili con parole umane e che l’incidentalità della loro essenza è così relativa al nostro stato d’animo da diventare incomunicabile a chicchessia? Pur volendo non riusciremmo mai ad esprimere ciò che proviamo; perché ciò che proviamo è assolutamente relativo a chi siamo, a come siamo, a come pensiamo singolarmente, ognuno per proprio conto, e che tale stato di singolarità rimane anche in mezzo a sette miliardi di persone per cui, tuttalpiù, riusciamo a rendere una pallida idea di ciò che proviamo, ulteriormente filtrati dalle differenti percezioni delle altrui singolarità.
Nasciamo soli, tanto soli che la natura ha dotato il nostro cervello di un trucco meraviglioso: IL PENSIERO. Quel pensiero così “congenito” ma così indipendente da potere assumere una sua vita propria e porsi in contraddittorio con noi stessi. Questo sarebbe per me il “famoso dialogo interiore”, un fenomeno unico ed irripetibile, la nostra vera unica singolarità. Nasce con la nostra nascita (e forse, in maniera più rudimentale, prima della nostra nascita) e muore con la nostra morte. Sempre così presente e connaturato ad ogni frammento della nostra esistenza, da risultare confortante nella sua continuità e però anche ambiguo: un dialogo continuo con noi stessi ci fa sentire infatti meno soli ma, la consapevolezza di questa stessa nostra singolarità ci fa sentire irreversibilmente separati dagli altri. Ecco perché è un trucco della natura.
Ho percepito chiaramente tale concetto di “singolarità” di ognuno degli esseri umani, ma anche non umani, così semplice eppure così difficile da interiorizzare in un momento, appunto, di estrema solitudine...
NIKITA

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